... e quindi uscimmo a riveder le stelle

Blog di Vera Masella dedicato a Dante Alighieri, con sintesi biografiche, passi di opere e commenti.
venerdì, 04 marzo 2005

"Annunciazione" 

Blog temporaneamente sospeso per la nascita di Leonardo, il 19/02/05.

Un bacio a tutti e... a presto!

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domenica, 30 gennaio 2005

Ancora tempesta

Il tempo è ancora così, cupo, gelido, ma al tempo stesso elettrizzante. Sono davanti al mio computer, la colonna sonora de La casa Russia addolcisce l'atmosfera e la rende carica di lussuria, di un desiderio nostalgico e indefinibile. Ogni tanto alzo gli occhi verso la finestra che ho di fronte e vedo, o immagino di vedere, nel mondo di fuori, che stasera sembra proprio un "loco d'ogne luce muto", il vento che infuria e trascina tutto con sé. Come nell'illustrazione di Doré che raffigura i lussuriosi del II cerchio infernale.

E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di là, di giù, di su li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
(Inferno, canto V, vv. 40-45)

Come storni, uccelli neri picchiettati di bianco, che viaggiano nell'aria in grossi stormi (la paronomasia è involontaria), la tempesta fa turbinare vorticosamente queste anime, senza conceder loro speranza di riposo o almeno di minor tormento. Sì, perché (vv.31-36)...

la bufera infernal che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina:
voltando e percotendo li molesta.
Quando giungon davanti alla ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Non è chiaro cosa intenda Dante per "ruina", se alluda al centro del vortice, dove più acuta si fa la sofferenza dei dannati, che sono indotti perciò a bestemmiare o, al contrario, al punto in cui il furore del vento si placa e le anime possono emettere qualche parola comprensibile. Potrebbe anche trattarsi (ma l'interpretazione è più macchinosa) di una delle fenditure della roccia (uno spiffero dunque?) causate dal terremoto che ha scosso l'Inferno al momento della morte di Cristo. E' attraverso questi passaggi che le anime (e forse anche Virgilio e Dante) passano da un cerchio all'altro per fermarsi alla dimora assegnata loro dal giudice infernale Minosse. E forse per questo le anime, passando lì accanto, bestemmiano: perché ricordano il momento del giudizio divino che ha decretato per loro la dannazione eterna.

Non so...so solo che, da ora, ogni volta che sentirò il fischiare del vento, mi sembrerà di udire le anime dei lussuriosi che si lamentano della loro sorte...

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mercoledì, 26 gennaio 2005

Oggi c'è bufera

Mi sono già soffermata a lungo su Paolo e Francesca, sul perché della loro dannazione, sulla natura della loro colpa. Ma la bufera che vedo stamattina attraverso i vetri mi ha fatto ripensare immediatamente ai due amanti del II cerchio infernale. Forse perché è una bufera "dolce" e "calda", come la passione. E' vero che avere a Napoli un gelo tale da veder cadere la neve accade più o meno una volta ogni due, tre anni. Ma il fatto strano è che, nonostante il freddo e le nuvole, il cielo è chiaro e luminoso, e questi fiocchi leggeri e bianchi, che si muovono in orizzontale, trascinati dal vento, somigliano piuttosto a soffioni, teneri e privi di volontà. Proprio come la coppia di lussuriosi.

Tutto il quinto canto dell'Inferno è dominato da immagini di debolezza e di arrendevole volontà, proprio perché la colpa dei lussuriosi, "i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento", è quella di non aver vissuto la passione in modo consapevole e volontario, ma di essersi lasciati dominare interamente dalle emozioni, di essersi piegati completamente ad un sentimento che dovrebbe dare la felicità, non rendere schiavi ed infelici. Francesca ha vissuto il suo amore per il cognato Paolo con senso di colpa e tormento, cercando di reprimerlo; ma un pomeriggio, mentre i due leggevano la storia di Lancillotto e Ginevra, moglie di re Artù, e "il disiato riso esser baciato da cotanto amante", non poterono più resistere. E Francesca ancora se ne pente e attribuisce l'accaduto alla forza irresistibile di Amore, al fascino galeotto del libro: "Amor ch'a nullo amato amar perdona", "Galeotto fu il libro e chi lo scrisse". In questo scaricarsi di ogni responsabilità sta forse la sua colpa reale, perché ella dimentica che noi abbiamo un libero arbitrio e che in nessuna circostanza della vita possiamo dire di non essere padroni delle nostre azioni.

E invece i due amanti appaiono privi di volontà e, tuttora, quando Dante li invita con gentilezza e commozione a  parlargli, a raccontargli di sé e della loro storia, si muovono verso di lui, mentre il vento temporaneamente tace, in modo quasi meccanico.

Quali colombe dal disio chiamate,
con l'ali alzate e ferme al dolce nido,
vegnon per l'arere dal voler portate;
cotali uscir dalla schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettuoso grido.
(Inferno, canto V, vv. 82-87)

Nulla è casuale in Dante, nemmeno questo paragone. Paolo e Francesca sono come due colombe, che girano in coppia, bianche e tenere come questi fiocchi di neve trascinati dal vento o come i gabbiani che vedo vagare oltre la finestra, smarriti in questa città di mare sotto la bufera, e sembrano non muoversi di propria volontà, ma "dal disio chiamate", mosse cioè ancora da quel desiderio, da quella passione che sempre ha dominato, gestito, la loro volontà. E si avvicinano attraverso l'aria, quasi come marionette guidate da fili, "dal voler portate": dal volere di Dante, che desidera parlar loro? di Dio che favorisce questo incontro? Non sappiamo, ma certo le due anime sono mosse, guidate, trascinate, in vita e in morte, da qualcosa che non è la loro stessa volontà, ma una forza oscura e invincibile come una tempesta.

E poiché non bisogna attenersi sempre agli stessi maestri, per quanto autorevoli, preferisco inserire qui un'immagine non di Doré, ma di una pittrice contemporanea, Nicoletta Tomas Caravia, che ha saputo esprimere nei suoi quadri di amanti tutta l'ineluttabilità ed il potere travolgente della passione.

"Amor dentro del Caos, II"

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giovedì, 20 gennaio 2005

Virgilio, un po’ mamma un po’ papà

Uno degli aspetti belli dell’attesa di un bambino è il sentirsi sempre in compagnia. Quando esco, ormai dico sempre: “L. che ne dici, andiamo qui, a fare questo servizio? E’ un po’ lontano lo so, ci stancheremo, ma poi magari ci ristoriamo con un bel dolce…”. E mi sembra di camminare più spedita, più sicura di me, col sorriso sul volto. Gli sguardi sulla mia pancia ormai non mi fanno più effetto, o forse mi lusingano: mi sembra di custodire qualcosa di prezioso, che giustamente suscita meraviglia.
La mia personalità mi pare fortificata da questo essere due, dall’avere un’altra persona con me, dentro di me.
Queste sensazioni mi fanno pensare alla necessità umana di avere, o anche in certi casi di sentirsi per gli altri, una guida.

Se Dante avesse percorso il suo cammino da solo, non sarebbe stato in grado di comunicarci le sue sensazioni con la stessa vivacità e immediatezza. Le domande che fa, le spiegazioni che ascolta, lo rendono molto più vero ed umano che se avesse osservato da solo i tormenti e le gioie dell’aldilà e, dopo averci rimuginato tra sé e sé, ci avesse raccontato tutto il suo viaggio con un triste monologo.

Invece probabilmente riesce a farci da guida, proprio perché sceglie di avere sempre accanto a sé una guida: la prima è Virgilio, che lo soccorre nella selva infernale, proprio come la poesia è in grado di innalzarci dalla brutalità e dalla meschinità della vita (“la bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij). La letteratura ci aiuta infatti a capire la realtà, ad immedesimarci negli altri, talvolta a soccorrerli con una parola di conforto. In questo senso Virgilio è, per me, figura razionale, ed è il più adatto a salvare Dante, andandogli incontro in un momento di vuoto e di crisi interiore.
Virgilio è per Dante “duca, segnore e maestro” (Inf. II, 140). Ma gli fa anche un po’ da padre e da madre.

Dante non ha mai accennato ai suoi genitori. Del padre Alighiero non sappiamo quasi nulla se non che era di famiglia guelfa, di condizione non particolarmente agiata, ma neanche povero, e, particolare infamante, che era stato accusato da Forese Donati di “strozzinaggio”. Considerato quel che Dante dirà dell’usura, se la notizia è vera, il poeta non doveva avere grande stima di lui. La madre, Bella, della quale non conosciamo neanche il casato, morì lasciandolo bambino. Di lei Durante non ci ha lasciato nessun ricordo, o forse semplicemente non ne aveva.

Eppure, dicevo, Virgilio si comporta come solo un padre o una madre farebbe. Non solo perché lo chiama ripetutamente "figliolo", ma soprattutto perché sa consigliarlo, sa incitarlo quando ha paura, sa abbracciarlo senza vergogna.
Alcune immagini della Commedia, legate a Virgilio, sono di un'indicibile tenerezza. Per ora mi limito a riportarne due, tratte rispettivamente dall’VIII e dal IX canto dell’Inferno. 

Dante e Virgilio sono appena usciti dalla prima zona dell’inferno, i primi cinque cerchi, dove sono puniti i peccati di incontinenza. Hanno attraversato il fiume Stige e si trovano ora nella città di Dite, il basso Inferno (espressione un po’ ridondante, perché gli inferi già sono in basso…).
Ma, lì, trovano i diavoli a sbarrar loro il cammino e, questa volta, non servono a nulla le parole che il maestro ha già rivolto a Caronte, a Minosse, a Pluto...: “Vuolsi così…”. I diavoli si fanno beffe di lui e del pellegrino.
Virgilio abbandona per un attimo Dante, per andare a colloquio, se possibile, con uno degli indemoniati (Inferno, canto VIII, vv. 103-11).

E quel segnor che lì m’avea menato,
mi disse: “Non temer; ché ‘l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”
Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimango in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.

Come un padre che voglia preservare il figlio da una brutta esperienza, Virgilio va da solo a parlare con i demoni, ma non dimentica la promessa di non lasciarlo lì da solo. Invece Dante, proprio come un bambino, si sente abbandonato e resta in forse a guardarlo, aspettando una risposta, pendendo dalle sue labbra.
E la risposta sarà, con grande vergogna di Virgilio, negativa. I diavoli negheranno loro il passaggio e sarà necessario l’intervento di un messo celeste, che verrà direttamente a prelevarli.

Ma prima del suo arrivo, altre immagini orribili si presenteranno alla vista dei due pellegrini. Le Furie, o Erinni - Megera, Tesifone e Aletto-, che si graffiano il petto e si schiaffeggiano come invasate, tanto che Dante “si stringe al poeta” per la paura. Preannunciano l’arrivo di Medusa, il cui sguardo pietrifica l’uomo. Ho già scritto che i diavoli rappresentano i peccati dell’uomo, le Erinni il rimorso che subentra ad essi e Medusa l’indurimento dell’animo. Un poeta greco disse che gli dei puniscono l’uomo con l’annebbiamento della coscienza, per cui egli continua a sbagliare, precipitando in una catena di colpe. Qualcosa del genere è rappresentato dal susseguirsi di queste immagini mostruose, in questo nono canto.

 

Ma Dante ha Virgilio, la sua poesia, che lo conforta e lo aiuta a dominare il terrore. Come una madre di fronte ad una scena troppo dura, il poeta gli raccomanda di voltarsi e di coprirsi il volto per non guardare, e non si accontenta di dirglielo, ma pone le sue mani su quelle di Dante come a creare uno schermo davanti ai suoi occhi. (Inferno, canto IX, vv. 55-60).

“Volgiti indietro e tien lo viso chiuso;
che se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.
Così disse ‘l maalle Furieestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

Più “mamma” di così…!

Gustave Doré, Dante e Virgilio di fronte alle Furie

 

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mercoledì, 19 gennaio 2005

Questioni grammaticali (da Il Cassetto)

Riporto un'interessante questione linguistica, per la verità non partorita dalla mia mente, ma da quella brillante di Arcangelo Sacchetti, su Il Cassetto, che mi ha attirato soprattutto per la quantità di citazioni tratte dalla Commedia.

"Vi sono stato", "ci andrò". Le due particelle avverbiali vi e ci (in funzione qui di complemento di luogo) derivano entrambe dal latino, rispettivamente da ibi -diventato ivi- e da ecce hic.

Unita al pronome la, come ad esempio in "ce la faccio", la particella ci conserva il suo valore locativo, significando "in questa situazione io posso riuscire". 

Eppure nel linguaggio televisivo si sente dire sempre più spesso "gliela faccio", che ha tutt'altro significato ("compio un’azione disonesta nei confronti di qualcuno").

Questa “variante”, errata, deriva forse dalla volontà di evitare un uso sbagliato del ci al posto di gli o di le, come in “ci do un bacio” (orribile!). Ma in quel caso gli o le hanno funzione di complemento di termine, non di locativo!!!

Dunque perché correggere anche “ce la faccio”?

Perché questa ansia  di modificare espressioni consolidate, se persino Dante utilizza la particella ci con l'originario valore di avverbio di luogo? Riporto qui un solo esempio, fra tanti, tratto  dall'Inferno, canto VIII, v. 81.

Dante e Virgilio sono appena usciti dalla Palude Stigia, nella quale sono immersi iracondi, accidiosi, superbi e invidiosi e vengono traghettati sul fiume Stige dal barcaiolo Flegiàs, custode del quinto cerchio e simbolo di ira (il suo nome deriva dalla radice greca fleg- che vuol dire “bruciare”) per approdare alla città di Dite. Una volta giunti,

Usciteci, gridò, qui è l'intrata.

Così, con questi modi gentili, Flegiàs li invita ad uscire dalla barca (ci = "da qui", compl. di moto da luogo).

Questo esempio illustre dimostra l’uso corretto, e invalso sin dai primordi della lingua italiana, della particella ci con valore locativo, e conferma come l’eccesso di zelo o, potremmo dire, l'ipercorrettismo, il più delle volte, non solo non giovi, ma si riveli erroneo.

Altre riflessioni ed esempi danteschi nel bell'articolo di Arcangelo Sacchetti, su Il Cassetto.

Qui invece “ci sta proprio bene” un’immagine di Gustave Doré: Dante e Virgilio traghettati sul fiume Stige dal nocchiere Flegiàs. 

 

 

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domenica, 16 gennaio 2005

Nuovi esilii

Nuovi esilii

Apprendo ora, grazie ad un'amica, della ennesima censura RAI: il programma di Paolo Rossi "Questa sera si recita Molière", che doveva andare in onda ieri in tarda serata, è stato cancellato dal palinsesto.

Annoto qui, dalla pagina del Corriere della Sera, le parole di Giuseppe Giulietti, capogruppo dei Ds in commissione di Vigilanza:  «Il blocco dello spettacolo di Paolo Rossi è clamoroso perchè conferma che la cultura della censura e delle liste di proscrizione, che è un impasto di arroganza e dilettantismo, è più in voga che mai nella Rai di Cattaneo. E si ripete su un autore come Rossi che era giá stato censurato su Raiuno».

Aggiungiamo dunque  Paolo Rossi alla lista degli esuli moderni (colonna  a destra), per lo più giornalisti o comici cacciati - come Dante lo fu da Firenze e dalla politica -  da quello che definirei il loro piccolo enclave televisivo, fatto al tempo stesso di battute e di riflessione, di una satira che "castigat ridendo mores", di informazione che apre la mente e sveglia le coscienze. Un risveglio temuto e sapientemente evitato con giochini e fictions, isole  e ristoranti, oppio per la mente.

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domenica, 09 gennaio 2005

Schieramenti pseudo-politici

...Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio...

Così diceva Gaber in una sua celebre canzone (per il testo completo vai qui), e io credo che in fondo gli schieramenti politici di tutti i tempi abbiano spesso avuto origine da ragioni  pratiche o personali piuttosto che da puri ideali.

Grazie a Indro Montanelli (Dante e il suo secolo, 1964, oggi in edizione Rizzoli), ho scoperto ad esempio fino a che punto la tradizionale distinzione tra Guelfi e Ghibellini che contrassegna l'Italia del 1200 non fosse poi tanto ideologica, ma dettata da fattori ben più pratici, prevalentemente economici.

I due partiti, guelfo e ghibellino, sorsero in Germania nel 1125, quando, alla morte di Enrico V, scoppiò la lotta per la successione al trono e i nobili si divisero nelle fazioni dei Guelfi, che presero il nome da Welf, capostipite della casa di Baviera, che essi sostenevano, e dei Ghibellini, dal castello di Weibligen, appartenente alla opposta famiglia di Svevia.

Quando Federico II di Svevia, che già possedeva il Regno di Sicilia, cioè l’intera Italia meridionale, cercò di sottomettere il Papato e i Comuni dell'Italia settentrionale, questi ultimi unirono le forze contro di lui. Così Ghibellini si dissero, anche in Italia, i sostenitori dell'Imperatore, mentre i Guelfi furono i fautori al tempo stesso della Chiesa e dell'indipendenza comunale.

Con la morte di Corradino, nipote di Federico II, nel 1268, la casa di Svevia si estinse, e la distinzione fra guelfi e ghibellini non aveva più ragion d'essere, ma ormai i due termini erano stati fatti propri dalle varie città toscane che, in nome della fedeltà al papa o all'imperatore, combattevano le loro lotte personali.

Con la sanguinosa battaglia di Campaldino, alla quale nel 1289 partecipò anche Dante, i guelfi di Firenze sconfissero i ghibellini di Arezzo e diedero inizio alla loro supremazia sui comuni della Toscana.

Ma perché e da quando Firenze era guelfa? E' necessario fare un salto indietro.

L'organizzazione politica del Comune di Firenze risale al XII secolo. Il potere esecutivo spettava ai quattro Consoli, affiancati da un Consiglio dei Cento, composto dai nobili della città,  ex vassalli imperiali, proprietari terrieri, esenti dalle tasse.
Per contrastare questo governo oligarchico, il popolo fiorentino si organizzò in corporazioni di mestiere, dette Arti, divise in "maggiori" e "minori". Le prime erano sette ed erano formate per lo più da professionisti e commercianti, più ricchi, che costituivano il "popolo grasso". Le minori, quattordici, erano rappresentative dei mestieri più umili e formavano il "popolo minuto".

Le Arti, per darsi un'identità politica, si proclamarono guelfe: non perché sostenessero il papa, ma semplicemente perché intendevano cacciare i nobili ghibellini ed avere il potere. E infatti, dopo la morte di Federico II, i nobili furono banditi, ed il popolo grasso, formato da mercanti, banchieri, industriali, i nuovi capitalisti, restò padrone della città. Con la battaglia di Montaperti del 1260, ricordata da Farinata degli Uberti, i Ghibellini tornarono momentaneamente al potere, ma pochi anni dopo furono di nuovo e definitivamente cacciati dalla città.

Firenze si diede una nuova organizzazione. Il governo fu affidato al Podestà (Capo dello stato) e al Capitano del Popolo (comandante dell'esercito), forestieri, perché nessuna delle famiglie fiorentine, rivali tra loro, potesse accaparrarsi il potere. I Priori delle Arti, rappresentanti delle nuove classi produttive, presero il posto del vecchio Consiglio di nobili. Come afferma Montanelli, al privilegio del blasone, detenuto dai nobili di nascita, si sostituì il privilegio del denaro, fatto proprio dalla borghesia guelfa.

Dante nacque nel 1265, nel bel mezzo delle lotte tra guelfi e ghibellini, da una famiglia guelfa, più precisamente di parte bianca, agiata, ma non ricchissima. I Guelfi Bianchi rappresentavano la parte più popolare, "aperta a sinistra", proveniente dal contado, cioè dalla campagna (lo stesso Dante li definisce la "parte selvaggia"), e difendevano l'autonomia comunale, mentre i Neri, più aristocratici, erano favorevoli alla trasformazione di Firenze in signoria. I Neri prenderanno il potere nel 1301, grazie all'appoggio di papa Bonifacio VIII e di Carlo di Valois; l'anno dopo Dante verrà esiliato.

Il guelfismo di Dante può apparire inconciliabile con la sua dottrina dell’Impero, esposta nel De Monarchia, con l’esaltazione di Giustiniano nel VI canto del Paradiso, con l’appello ad Alberto d’Asburgo nel VI canto del Purgatorio.

Ora però capisco bene che il presunto guelfismo filopapale non era poi un’ideologia tanto marcata e che, sebbene Dante fosse guelfo di famiglia, ciò non gli impediva di disprezzare papa Bonifacio VIII e di ammirare imperatori come Arrigo di Lussemburgo, che sperava potesse porre fine alle lotte interne fra le città italiane.

Dante aveva anzi esposto, attraverso le parole di Marco Lombardo (vedi post precedente), la teoria dei due soli, Impero e Papato, dotati di pari importanza e di diversa funzione, contrapponendola esplicitamente alla dottrina di Innocenzo III (1198-1216) della Luna-Impero che riceve la luce, cioè il potere, dal Sole-Papato. Perciò non è strano che Foscolo lo abbia considerato quasi un sostenitore dell'Impero, scrivendo:

e tu prima Firenze udivi il carme
che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco

(da I Sepolcri, vv. 173-174)

Tuttavia forse, semplicemente, le definizioni di guelfo o ghibellino sono riduttive per Dante, che sostenne la conciliazione tra i due poteri, imperiale e papale, politico e religioso, dati all’uomo perché se ne servisse per due scopi diversi: la buona organizzazione in questa vita, la salvezza dell’anima nell’altra.

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giovedì, 30 dicembre 2004

Marco Lombardo

Ecco il mio modo di dire "grazie!" ad Antonello Sacchetti, alias Puskas, per avermi permesso di pubblicare sul suo originale ed interessantissimo quindicinale on line Il Cassetto (di cui amo particolarmente la sezione "La lingua salvata") un articolo di presentazione del blog "...e quindi uscimmo a riveder le stelle".

Giunto al girone degli iracondi, il terzo del Purgatorio, Dante vede..... Per l'esattezza non vede nulla perché (Purg., canto XVI, vv. 1-5):

Buio d'inferno e di notte privata
d'ogni pianeto, sotto pover cielo,
quant'esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse...

E' il fumo dell'ira, che ottenebra la ragione, che ci fa perdere il controllo di noi stessi... se potessimo vederci, quando siamo adirati, inorridiremmo e ci placheremmo...

Ma il fumo nero non impedisce ad un'anima del Purgatorio di riconoscere in Dante, dal suo modo di parlare, un uomo vivo, un uomo che misura "ancor lo tempo per calendi" (v. 27), cioè che conta ancora i giorni, non essendo ancora passato alla dimensione dell'eternità, e di avvicinarsi a lui incuriosito.

E' Marco Lombardo, uomo di corte vissuto nel 1200, nell'Italia settentrionale. Nelle fonti dell'epoca è descritto come un uomo di grande saggezza ed esperienza politica, geloso della sua libertà, generoso nel donare e sdegnoso "fustigatore" dei vizi dei suoi contemporanei, colpevoli di aver "allentato l'arco" nel perseguimento dei valori morali. (vv. 46-48).

Lombardo fui e fui chiamato Marco:
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.

Marco si intrattiene con Dante e pronuncia, richiesto da lui, un interessante discorso sulle cause della corruzione dell'umanità. Innanzitutto deplora quegli uomini che attribuiscono la causa di ogni loro azione al cielo, con un cieco e colpevole fatalismo, perché (vv. 70-72),

se così fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia e per male aver lutto.

Spiega infatti, rifacendosi a S. Tommaso, che "lo cielo i vostri movimenti inizia" (v. 73), ma poi "lume v'è dato a bene e a malizia/ e libero voler" (v.75-76): l'influsso celeste influenza le nostre attitudini istintive, ma ci è data poi la ragione per regolare i nostri impulsi e distinguere il bene dal male.

Come la ragione governa la nostra parte istintiva, la quale è come una "anima semplicetta", che "pargoleggia", "a guisa di fanciulla", così anche l'umanità, che facilmente "si inganna" se non è ben indirizzata, ha bisogno di una guida (vv. 94-96):

Onde convenne legge per fren porre,
convenne rege aver che discernesse
de la vera cittade almen la torre.


Ma, ecco il vero problema (v. 97):

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Chi le fa rispettare? Nessuno. E qui il Lombardo espone la celebre teoria dei due soli, illustrata anche nel De Monarchia. L'uomo ha a disposizione due luci solari, due autorità, l'imperatore ed il papa, che hanno il compito di guidarlo nel perseguimento dei due grandi obiettivi: la felicità in questa e nell'altra vita. Ma adesso (vv. 109-110):

l'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale

e così (vv. 127-129) la Chiesa di Roma
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango e sé brutta e la soma.
(infanga se stessa e i suoi uffici sacri)

Da quando sono iniziati i contrasti tra l'imperatore Federico II e la Chiesa, si è fatta confusione tra i due poteri: il potere spirituale si è poi arrogato anche l'autorità temporale, e ciò ha contribuito alla decadenza dell'Italia. Queste idee esposte da Dante, in origine guelfo bianco, hanno fatto sì che si parlasse di un suo avvicinamento alle posizioni dei ghibellini, sostenitori dell'Impero; ecco perché Foscolo definisce Dante "il ghibellin fuggiasco". Dante però in realtà ha sempre affermato la completa indipendenza dei due poteri, spirituale e temporale, che devono procedere parallelamente, in concordia ed autonomia.

Marco Lombardo espone queste idee con grande pacatezza ed eleganza: si scorge nel suo parlare ormai solo un barlume di quell'ira che qui in Purgatorio sta espiando. Ma la sua è un'ira buona, l'ira per zelum, che ci fa giustamente sdegnare del male commesso, e che è diversa dall'iracondia dei dannati, come Filippo Argenti.

Quando ho scoperto il blog Puskas, Antonello stava scrivendo dei racconti sugli anni Ottanta, in cui raccoglieva i suoi ricordi di liceale appassionato di politica, in anni dominati da paninari e consumisti, anni che anch'io ben ricordo. Poi ho scoperto il suo modo di parlare di attualità, di storia, sempre con misura, senza mai retorica e soprattutto dando spazio a paesi e popoli di cui poco ci si occupa. Qualunque argomento affronti, sa farlo in modo pacato, esprimendo, anche nella polemica, uno sdegno mai volgare e demagogico, ma sempre contenuto e misurato. Lo stesso stile del giornale Il Cassetto. Non l'ho mai visto di persona Antonello, ma il suo modo di scrivere mi è ormai familiare.

Mi è piaciuto perciò paragonarlo a quest'uomo di corte del Duecento, che Dante non vede a causa del fumo e di cui sente solo la voce; un uomo di cui Sapegno dà la seguente definizione: "Personaggio senza volto e quasi senza storia, distinguibile tutt'al più per certa asciuttezza e concisione del discorrere sempre dignitoso e alto; non figura autonoma, ma portavoce della dottrina etico-politica e dei sentimenti polemici dello scrittore (...)" prescelto ad un tale compito da Dante che forse in lui "ha intravveduto un riflesso della sua vicenda personale di esule frequentatore delle corti, consigliere non servile e giu

Gustave Doré, Marco Lombardo

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mercoledì, 22 dicembre 2004

Una “rosa di beati” come augurio di buon Natale

Opto per un augurio più festoso rispetto a quello riportato nel post precedente.

L’anno scorso a Natale ho scelto la descrizione del cielo Empireo, il X cielo, al quale sono destinati i beati quando, dopo il Giudizio universale, si rivestiranno del loro corpo. Nel suo percorso paradisiaco Dante ha visto infatti le anime sante divise nei vari cieli corrispondenti alle diverse attitudini umane (spiriti amanti, sapienti, combattenti per la fede, ecc.); ma arrivato all’ultimo cielo, può, grazie ad una “anteprima” concessagli per un attimo dalla volontà divina, vedere i beati tutti riuniti in quella che sarà la loro sede ultima ed eterna.


Ebbene quest’anno mi ripeto, facendo riferimento allo stesso canto, ma “mostrando” stavolta quel che Dante vede nell’Empireo… secondo Doré.

ciel ch'è pura luce:
luce intellettual, piena d'amore,
amor di vero ben, pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore
"

(Paradiso, canto XXX, vv.39-42)

(non si può non notare la bellissima anadiplosi, che consiste nel ripetere la parola di un verso all’inizio del verso successivo, quasi come a voler definire sempre meglio un concetto o delineare con sempre maggior precisione un’immagine)

E lì vede dapprima un fiume di luce (e vidi lume in forma di rivera, v. 61), che poi si trasforma in un immenso lago (così mi parve di sua lunghezza divenuta tonda, v. 90) la cui circonferenza è più grande di quella del sole (vv. 103-105):

E' si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.

Un lago da cui sembrano sprizzare fiori e faville: sono, a guardar meglio, i beati e gli angeli, che occupano ciascuno un "gradino", una soglia, in questo cerchio… così che il lago somiglia ad una rosa i cui petali sono i vari gradini… è la rosa dei beati.

 

 

Ma basta parole, ecco quel che vede Dante!

G. Doré, La rosa dei beati

 

 G. Doré, La rosa dei beati

 

 

In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa

(...)

 

 

Le facce tutte avean di fiamma viva,
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.

(Paradiso, canto XXXI, vv. 1-3, 13-15)

E’ una visione che spezza il respiro…

 

Dante ha saputo descriverla, Dorè ha saputo rappresentarla… noi ci limitiamo a contemplarla in silenzio. 

 

 

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martedì, 21 dicembre 2004

Osservazioni sulla data di inizio del viaggio dantesco

 

L’ultimo commento di ecoline mi ha stimolato moltissimo e così ho deciso di tediare ancora per un po’ chi legge con la questione delle date.

Tradizionalmente si ritiene che il viaggio dantesco inizi, come ho scritto nel post qui sotto, la notte fra il 7 e l’8 aprile (giovedì e venerdì santo) del 1300, ma recentemente alcuni studiosi, come Angelitti, Balboni e Ceri, hanno proposto, secondo un’ipotesi per la verità già formulata in passato, di spostare, sulla base delle precise indicazioni astronomiche offerte da Dante, questa data al 25 marzo del 1301. Vediamo perché.

 

I luoghi della Divina Commedia in cui Dante fa riferimenti temporali connessi al suo viaggio nell’aldilà sono numerosi e precisi.

Il primo verso dell’Inferno.Nel mezzo del cammin di nostra vita”. Poiché, secondo una tradizione accolta da Dante nel Convivio, la durata media della vita umana era considerata di 70 anni e la metà del suo corso era fissata nel trentacinquesimo anno d’età, Dante, nato probabilmente il 2 giugno 1265, dovrebbe iniziare il suo cammino di redenzione nel 1300, anno importante perché vi fu indetto il Giubileo da papa Bonifacio VIII. Tuttavia, se il viaggio avviene nell’aprile del 1300, Dante ha ancora 34 anni (ne compirà 35 il 2 giugno), pur trovandosi nel trentacinquesimo anno d’età, mentre nel 1301 ha già compiuto 35 anni. Ma andiamo oltre.

 

Inferno, canto I, vv. 37-40.

Temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava in su con quelle stelle

ch’erano con lui quando l’amor divino

Mosse di prima quelle cose belle.

 

La posizione del Sole all’inizio del viaggio era la stessa del giorno della creazione, avvenuta, secondo la tradizione biblica, il giorno dell’equinozio di primavera; il Sole era congiunto dunque con la costellazione dell’Ariete (periodo marzo-aprile). Ma più precisamente, secondo la precessione degli equinozi e altri calcoli astronomici che non sto qui a riportare, la congiunzione del Sole con la costellazione dell’ariete avveniva, al tempo di Dante, esattamente il 25 marzo, giorno della festa dell’Annunciazione a Maria.

 

Sulla base di altre combinazioni astronomiche, il 25 marzo non può però essere riferito all’anno 1300, ma andrebbe collocato nel 1301.

 

Infatti, Inferno, canto XX, v. 127,

E già ier notte fu la luna tonda


E, Purgatorio, canto XXIII, v. 120

…l’altr’ieri quando tonda

vi si mostrò la suora di colui

 

C’è il plenilunio, visibile da Gerusalemme (sotto cui, nello schema dantesco, si apre la voragine infernale) alle 10,29 del 25 marzo 1301. Però sembra che al tempo di Dante circolasse un calendario in cui il plenilunio era indicato erroneamente giovedì 7 aprile 1300 alle ore 13. “E se Dante avesse consultato proprio questo?” dicono i sostenitori della data di inizio tradizionale, Gizzi e Benini.

 

Ma ancora, Purgatorio, canto I, vv. 19-21,

Lo bel pianeto che d’amar conforta

faceva tutto rider l’Oriente

velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

 

Venere risplendeva ad Oriente, precedendo di pochissimo (velando) i Pesci, che la seguivano, facendole da scorta, proprio quando? Il 27 marzo 1301 (non a caso siamo in Purgatorio e sono trascorsi due giorni dall’inizio del viaggio).

 

Dunque tutti i dati astronomici (ho tralasciato solo la posizione di Saturno in Par. XXI, 13-15) risultano discordi se riferiti all’8 aprile 1300, precisi e concordi se riportati al 25 marzo 1301. Se da una parte è vero quel che sostengono Gizzi e Benini, che Dante cioè sia un poeta e non uno scienziato, bisogna pure ricordare che tra i quattro sensi con cui interpretare la scrittura, letterale, allegorico, morale e anagogico (o divino), il primo, quello da cui partire è, a detta di Dante, proprio quello letterale.

 

Solo un elemento contrasta con la datazione di inizio del viaggio al 25 marzo 1301. Quando incontra, fra gli eretici, Cavalcante de’Cavalcanti, Dante tiene molto a fargli sapere, tramite Farinata, che il figlio Guido è ancora vivo. Secondo antichi documenti Guido Cavalcanti è morto nell’agosto del 1300. Dunque non può essere vivo se Dante ha compiuto il suo viaggio nel 1301!

Ma a complicare le cose c’è la questione dei diversi calendari in uso nelle città italiane al tempo di Dante. Mentre secondo il calendario adottato a Roma l’anno incominciava il 1 gennaio, sia Pisa che Firenze facevano cominciare l’anno il 25 marzo, data che, ai tempi di Giulio Cesare e del calendario giuliano, corrispondeva all’equinozio di primavera e all’inizio dell’anno astronomico. Il 25 marzo corrisponde poi, come già detto, alla festa dell’Annunciazione, cioè alla data di incarnazione di Cristo, nonché a quella di morte, avvenute rispettivamente, secondo la tradizione ecclesiastica romana, giovedì 25 marzo del I a. C. e giovedì 25 marzo del 34 d. C. (la nascita è collocata invece il sabato 25 dicembre sempre del I a. C., la resurrezione il sabato 28 marzo del 34 d. C.). Firenze mantiene le stesse date ma le sposta all’anno successivo, in modo che l’incarnazione e la morte di Cristo risultano avvenute entrambe di domenica (rispettivamente 25 marzo del I d. C. e 25 marzo del 2 d. C.). Dunque c’è un anno di differenza fra il calendario romano e quello fiorentino e questo spiegherebbe la contraddizione sull’anno della morte di Guido.

 

Sembra dunque possibile che Dante abbia scelto come data di inizio del suo cammino, e in particolare dello smarrimento nella selva, il giorno della morte di Cristo (e della sua resurrezione), ma non alludendo alla data simbolica, la notte del giovedì santo (7 aprile), come in tanti hanno creduto, bensì a quella indicata dalla tradizione, il 25 marzo (che coincide anche con la data dell'incarnazione).