... e quindi uscimmo a riveder le stelle

Blog dedicato a Dante Alighieri, con sintesi biografiche, passi di opere e commenti.
mercoledì, 31 dicembre 2003

Gli ignavi C'è una ...

Gli ignavi

C'è una colpa, punita nell'Inferno, che mi ha sempre fatto molta paura, ed è quella degli ignavi, "l'anime triste di coloro/ che visser sanza 'nfamia e sanza lodo" (Inferno, canto III, vv. 35-36). La loro sede è nell'Antinferno, precisamente dopo la porta dell'Inferno, ma prima del fiume Acheronte, su cui il nocchiere Caronte traghetta le anime dannate fino al primo cerchio dell'Inferno vero e proprio. La loro punizione, come molti ricordano, consiste nel correre dietro ad una insegna che rappresenta gli ideali che essi non hanno mai avuto, mentre sono punzecchiati da vespe e mosconi, gli stimoli che in vita non li hanno mai pungolati.
Si trovano lì insieme a quegli angeli che, in occasione della rivolta di Lucifero, non presero una posizione precisa né dalla parte di Dio né contro di lui: "Mischiate sono a quel cattivo coro/ de li angeli che non furon ribelli/ né pur fedeli a Dio, ma per sé fuoro" (vv. 37-39). Questi due monosillabi, per sé, a mio parere, spiegano l'essenza di tutta una vita, o meglio una filosofia di vita, tanto diffusa oggi. Quando c'è il benessere infatti è facile non commettere gravi peccati, perché non bisogna lottare troppo per ottenere le cose, che sono a disposizione di tutti; è facile farsi sorrisi quando ci si incontra per strada. Ciò che è difficile è fare veramente qualcosa per gli altri e non solo per sé. Oggi sono considerati, giustamente, valori fondamentali la privacy, l'autonomia, la proprietà, tutti diritti del singolo individuo; ma quando queste esigenze vengono esasperate si diventa, e cito ancora una volta Alex Zanotelli, atomizzati. La collettività è anch'essa un valore. E siccome anch'io tengo molto ai miei spazi personali, temo molto di poter essere un'ignava, di pensare troppo a me e di non sapermi porre abbastanza proficuamente in relazione con gli altri. E' quello infatti il problema degli ignavi: "Caccianli i cieli per non esser men belli,/ né lo profondo inferno li riceve/ ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli" (vv. 40-42). Nessuno li vuole insomma (come essi in vita non si sono legati veramente a nessuno), e persino Virgilio esorta Dante ad ignorarli: "Non ragioniam di lor, ma guarda e passa" (v. 51). La cosa più triste è che "fama di loro il mondo esser non lassa" (v. 49), perché le loro sono state esistenze anonime e "scipite".
In questi giorni sto leggendo il "diario" di Sabina Guzzanti: ebbene due considerazioni sono perfettamente adatte a questo contesto. La prima è che per un artista non è sufficiente la creatività, che dà solo un successo iniziale ed effimero, ma è necessaria la "consapevolezza politica": capire perché si è artisti e "che cosa si fa in relazione col mondo" (e cita Goethe, Tolstoj e Dostoevskij - eh, esmivida?); "se si è fifoni, il talento se ne va", mentre "la potenza del talento dipende dal coraggio", perché "un comportamento etico aumenta l'energia". La seconda riflessione di Sabina è ispirata al pensiero di Averroè (che poi c'entra molto con Dante, quindi tutto torna): "qualsiasi azione è in realtà una piccola parte rispetto alla potenzialità; (...) qualsiasi scelta io faccia è sempre poca cosa rispetto a tutte le scelte possibili. (...) Un'azione è dunque più potente a seconda di quante altre possibili azioni non fatte la circondano". Infine aggiunge che "dietro ciascuno di noi c'è un attore che può interpretare tutte le parti del mondo, che lo sappia o no" (le frasi sono tratte da Sabina Guzzanti, Il diario di Sabna Guzz, ed. Einaudi 2003).
Dunque il mio proposito per il 2004 (ma so che il 1 gennaio l'avrò già dimenticato, o comunque non riuscirò a metterlo in pratica) è di essere un po' meno ignava e di saper avere quello slancio e quell'energia necessari ad agire non solo per me, ma in relazione con gli altri!
Buon anno nuovo a tutti!





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martedì, 30 dicembre 2003

Ahi serva Italia! (P...

Ahi serva Italia! (Parte seconda)

Veramente l'apostrofe di Dante all'Italia, riportata nel post precedente, è uno di quei passi letterari dal significato eterno, se è vero, come credo, che i cittadini di qualsiasi luogo e di qualsiasi tempo abbiano potuto immedesimarsi nella rabbia dell'uomo che non vede realizzato nella propria patria l'ideale di giustizia e di governo che tutti abbiamo chiaro in mente, ma che nessuno riesce a praticare. La rilettura di questi versi ha suscitato perciò in me tre considerazioni.

1) Naturalmente a me sembra che quest'invettiva possa applicarsi perfettamente all'Italia di oggi, all'Italia di Berlusconi, ma forse durante il Risorgimento questi stessi versi infiammavano i patrioti, mentre forse lo stesso Dante credeva che le sue parole valessero solo per un'Italia dilaniata dalle lotte fra i comuni e non immaginava che, una volta divenuta l'Italia unita e indipendente (e repubblicana per giunta!) le sue parole avrebbero potuto essere ancora così attuali. Ma la bellezza della letteratura sta proprio nella sua capacità di rinnovare continuamente il suo messaggio, perché parla dell'uomo, che è sempre lo stesso. E dunque ecco che il sesto del Purgatorio sembra scritto per noi: quell'atteggiarsi dei politici a salvatori della patria ("un Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene", scrivevo ieri) riecheggia nel grido "Forza Italia" che è il nome ridicolo e demagogico dell'attuale partito di maggioranza; quel vergognarsi perché la fatica dell'opera di Giustiniano, il Corpus iuris civilis, viene continuamente vanificata dall'inosservanza delle leggi, ci ricorda le continue violazioni della nostra Costituzione. E infine quei numerosi e sottili provvedimenti che non giungono da ottobre a novembre sono oggi le tante leggi, come la discussa, ma sempre incombente Gasparri, che come tutti sanno (ma evidentemente nessuno può far nulla di concreto per impedirlo) sono utili solo a chi governa.

2) La seconda considerazione è un po' ovvia e si rifà a quell'aggettivo, "serva", assegnato duramente da Dante all'Italia. Ma l'Italia, dopo tanti secoli di assoggettamento agli stranieri, non si sentirà ancora un pochino serva, o almeno bisognosa di tutela, dal momento che i suoi governanti sentono sempre il bisogno di affiancarsi ai politici più sanguinari (ieri l'amico di Mussolini, Hitler, oggi l'amico di Berlusconi, Bush)?

3) Infine la riflessione più amara è che forse un po' tutti abbiamo l'animo dei servi, perché in fondo ci piace lamentarci, ma restiamo ben stretti nelle nostre catene. Altrimenti non si spiega perché i nostri governanti stiano agendo quasi indisturbati senza il freno né dell'opposizione né dell'opinione pubblica. Se ci sentissimo liberi andremmo in piazza a protestare (ma forse la TV non ci riprenderebbe, ed è per questo che le grandi manifestazioni sembrano non esistere più). Io stessa mi sento impotente, vorrei che qualcuno mi spiegasse cosa posso fare, e non so neanche se poi alla fine lo farei, per paura o per pigrizia, perché una voce dentro di me mi dice che sto bene così e che devo pensare a me. Ed è questa voce la vittoria del padrone. Sono anch'io una serva!

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lunedì, 29 dicembre 2003

Ahi serva Italia! (P...

Ahi serva Italia! (Parte prima)

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!
Quell'anima gentil fu così presta,
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;
e ora in te non stanno sanza guerra
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.
(...)
Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano, se la sella è vòta?
Sanz'esso fora la vergogna meno.
(...)
Ché le città d'Italia tutte piene
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
Fiorenza mia, ben puoi esser contenta
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.
Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.
Molti rifiutan lo comune incarco;
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: "I' mi sobbarco!".
or ti fa lieta, ché tu hai ben donde:
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S'io dico il ver, l'effetto nol nasconde.
Atene e Lacedemona, che fenno
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno
verso di te, che fai tanto sottili
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.
Quante volte del tempo che rimembre,
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!
E se ben ti ricordi e vedi lume,
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,
ma con dar volta suo dolore scherma.
(Purgatorio, canto VI, vv. 76-84, 88-90, 124-151)l

Non ho voluto tagliarla se non in pochi punti, perché mi sembrava scorrevole e particolarmente comprensibile ancora (e forse soprattutto) oggi. E' la famosa invettiva contro l'Italia, che scaturisce dalla mente di Dante poeta e dalla bocca di Dante personaggio, allorché quest'ultimo, nell'antipurgatorio (dove sono le anime che si pentirono in punto di morte e che devono trascorrere lì un tempo pari alla durata della loro vita) insieme a Virgilio incontra Sordello. Questo personaggio è un poeta provenzale (in quanto scrive in lingua d'oc) italiano (nato a Goito, in provincia di Mantova), vissuto poco prima di Dante, nella prima metà del 1200, autore di un Compianto in morte di ser Blacatz, in cui celebra le qualità politiche di un barone, dotato di ingegno e coraggio, qualità che sono poi mancate nei sovrani successivi. E' in virtù di quest'opera probabilmente che Sordello merita il privilegio di essere il protagonista del canto politico della seconda cantica (così come il già plurimenzionato Ciacco, con la sua critica dei mali di Firenze, lo era stato del VI dell'Inferno).
Che cosa infatti spinge Dante a rivolgersi direttamente all'Italia con un tono tanto grave ed emozionato? Semplicemente il vedere Sordello ("anima gentile") abbracciare sùbito Virgilio ("fare al cittadin suo quivi festa"), dopo aver udito che anch'egli è di origine mantovana ("sol per lo dolce suon de la sua terra"), mentre ora (al tempo di Dante) ci si combatte perfino quando si è circondati da uno stesso muro e da un medesimo fossato ("l'un l'altro si rode/ di quei ch'un muro e una fossa serra").
A che cosa è servito che Giustiniano nel VI sec. d. C. desse all'Impero il Corpus iuris civilis se manca un imperatore che faccia rispettare queste leggi? Sarebbe stato meno vergognoso se queste leggi non fossero esistite affatto!
Senza un'autorità suprema, né imperiale (perché l'Italia è frazionata) né pontificia (perché dal 1305 la sede papale è stata trasferita ad Avignone, e se Dante personaggio questo non lo sa ancora, perché compie il suo viaggio nel 1300, Dante autore lo sa molto bene, scrivendo questo canto verso il 1310), le città italiane sono preda di tiranni, ed ogne villan, il primo cafone potremmo dire, che è a capo di un partito si crede un Marcello, cioè un salvatore della patria! (grazie a Marco Claudio Marcello i Romani vinsero prima contro i Galli, poi contro Siracusa durante la seconda guerra punica intorno al 200 a. C.).
Ma a questo punto tocca ancora una volta alla sua Firenze. "Puoi essere contenta" la sfotte, o meglio le dice ironicamente, il Poeta, "che questa polemica non ti riguardi, grazie alla bontà del tuo popolo! Tanti infatti hanno pensieri giusti, ma non li esprimono per modestia, mentre i tuoi han sempre la giustizia sulla bocca; tanti rinunciano alle cariche pubbliche, mentre i tuoi si sobbarcano con spirito di sacrificio ad esse! Sii lieta, perché hai ricchezza, pace e senno, e lo si vede dai fatti!" Ed ora viene il meglio: "Atene e Sparta, che hanno promulgato le prime leggi, dando inizio al vivere civile, sono state veramente da poco rispetto a te, Firenze, i cui sottili (complicati cioè, ma anche fragilissimi) provvedimenti non durano da ottobre a novembre, a te che muti legge, moneta, costituzione e costume, quasi cambiando le tue membra stesse, e sembri una malata che, rigirandosi continuamente nel letto, pensa di alleviare i suoi dolori!"

Eh sì, quest'apostrofe mi ricorda cose un po' troppo dolorosamente familiari. Credo proprio che ne riparlerò.















































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giovedì, 25 dicembre 2003

Buon Natale... dall'...

Buon Natale... dall'Empireo!

Il mio augurio di buon Natale è una delle immagini più belle e festose del Paradiso di Dante: l'arrivo al cielo Empireo, il X cielo, cielo immateriale, quieto, immobile, ("ciel ch'è pura luce:/ luce intellettual, piena d'amore,/ amor di vero ben, pien, di letizia,/ letizia che trascende ogni dolzore" Par., c.XXX, vv.39-42) cui sono destinati tutti i beati, quando, dopo il giudizio universale, si rivestiranno del loro corpo. Ed è così che Dante li vede, per un attimo, non più divisi nei diversi cieli che rispecchiano le loro differenti attitudini, non più luci o fuochi, ma esseri perfetti, uniti anima e corpo a Dio. La Volontà divina gli concede questa visione in anticipo, prima della fine dei tempi, perché egli possa mostrarcela con la sua arte.
Prima gli sembra che scorra verso di lui un fiume di luce (lume in forma di rivera/ fulvido di fulgore, vv.61-62:  l'allitterazione - ripetizione a inizio di parola- del suono f sembra riprodurre il crepitio del fuoco a contatto con l'acqua di questa fiumana incandescente), da cui sprizzano faville che si gettano sui fiori che sono lungo la riva. E quando questo effluvio di grazia è giunto a illuminare Dante, il fiume diventa, nella sua mente ormai quieta e appagata, un lago (così mi parve/ di sua lunghezza divenuta tonda, vv. 89-90); i fiori e le faville si mostrano nel loro vero aspetto di beati e di angeli, che occupano ciascuno un gradino, e i gradini sono petali di rose, il lago è una rosa, la rosa dei beati. Ma sarà meglio sentire tutto ciò dalle parole di lui, Dante (Paradiso, canto XXX, vv. 100-123):

Lume è la sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
(1)
E' si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.
(2)
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
(3)
E come clivio in acqua di suo imo
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quanto è nel verde e ne' fioretti opimo,
sì, soprastando al lume intorno intorno,
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di lui la sù fatto ha ritorno:
(4)
E se l'infimo grado in sé raccoglie
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l'estreme foglie!
(5)
La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza
non si smarriva ma tutto prendeva
il quanto e 'l quale di quella allegrezza.
Presso e lontano, lì, né pon né leva;
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.
(6)

(1) Nell'Empireo è una luce che rende visibile Dio all'uomo, che solo nel vedere Lui trova pace.
(2) Questa luce si distende in forma di lago, la cui circonferenza è più estesa di quella del Sole, che è il più grande fra i corpi celesti.
(3) Tutto ciò che appare in questo lago (sua parvenza) nasce (fassi) da un raggio che, provenendo da Dio, si riflette sul Primo Mobile (il IX cielo, il più vicino all'Empireo), conferendogli vitalità e potenza (facendo così muovere tutto l'universo).
(4) E come un colle si specchia in un lago ai suoi piedi, per vedersi adorno e ricco di verde e di fiori (non sembra la vista dalla camera di Omero 1974?), così vidi specchiarsi nei mille gradini di questo lago di luce, le anime che hanno fatto ritorno a Dio.
(5) E se il più basso di questi gradini contiene in sé così tanta luce, immaginiamo quanto sia lo splendore e l'ampiezza dei petali più esterni e più grandi della rosa!
(6) Ma questo è il mistero: la vista di Dante non si smarrisce in mezzo a tanta estensione di campo, bensì capta tutto l'insieme di quella allegria, perché nell'Empireo, fuori dello spazio, il vicino o il lontano non aggiungono e non tolgono nulla e le leggi di natura non valgono più, perché Dio governa direttamente, senza la mediazione delle cause fisiche.






























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lunedì, 22 dicembre 2003

Ciacco e il vizio de...

Ciacco e il vizio della gola. Cerbero.

Mi sono accorta che, pur avendo parlato della profezia di Ciacco, non ho descritto questo personaggio, punito nel III cerchio dell'Inferno, per la colpa della gola. Di lui non sappiamo quasi nulla, se non che compare anche nell'ottava novella della nona giornata del Decamerone di Boccaccio. Se da una parte quella della gola è una colpa un po' bestiale, è anche vero che Ciacco doveva essere un uomo d'ingegno, visto che Dante lo fa protagonista del VI canto, canto politico (come il VI del Purgatorio ed il VI del Paradiso). A lui chiede quale sarà il destino della sua città, Firenze, e se vi sia in essa qualche giusto e quale sia la ragione di tanta discordia. Ciacco risponde con la profezia che ho giàraccontato, preannunciando gli scontri tra Guelfi Bianchi e Neri, ed aggiunge (Inferno, canto VI, vv. 73-75):

Giusti son due, e non vi sono intesi; (1)
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c' hanno i cuori accesi.
(2)

(1) Cioè pochissimi. Non sembra che Dante alluda a qualcuno in particolare.
(2) Ricordate le tre fiere? Solo che tra quelle, al posto dell'invidia, c'era simboleggiata la lussuria, cui era più incline il nostro Dante.

Ma ciò che mi interessa qui è riflettere sul peccato della gola, non più tanto sentito come riprovevole, oggi che quasi tutti ci permettiamo maxi-spese e mega-pranzi a scadenza pressoché settimanale, senza apparentemente togliere il cibo dalla bocca di nessuno. Il peccato non è più la gola in sé. E' che forse, senza accorgercene, siamo diventati veramente, come ha sostenuto il missionario padre Alex Zanotelli, parlando in un'assemblea di studenti liceali, dei "tubi digerenti" sotto ogni aspetto. Bombardati da offerte imperdibili, da vetrine caoticamente ingombre, da oggetti attraenti quanto inutili (sarà forse questa la pioggia di neve, grandine e fango che ci flagella, novelli golosi?), sentiamo la necessità di "assaggiare" un po' di tutto e poi, una volta digerito l'acquisto del momento, lo espelliamo e lo gettiamo tra i rifiuti. E forse somigliamo anche un po' a Cerbero, guardiano del III cerchio, che con tre teste e tre bocche può meglio osservare ed afferrare ciò che gli interessa. E' chiaro che neanch'io mi sento esente da questa colpa. Siamo dunque più felici che in passato? O forse andremo tutti all'inferno, in un nuovo girone moderno, quello dei consumisti incalliti?




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domenica, 21 dicembre 2003

Servo di partito? "...

Servo di partito?

"E la Divina Commedia sempre più commedia, al punto che ancora oggi io non so se Dante era un uomo libero, un fallito o un servo di partito". Sono le parole della canzone Compagno di scuola di A. Venditti, ed io ancora oggi non so come abbia potuto scriverle.

Sulla prima affermazione non vorrei dilungarmi troppo: l'opera di Dante è una Commedia, certo, ma perché rappresenta tutti i tipi umani in modo realistico (seppur in un ambiente fantastico), non perché sia comica o ridicola.

Fallito... Io credo che per definire tale Dante bisogna averlo studiato veramente male o non averlo letto affatto. La sua carriera politica fu stroncata certo, ma durante l'esilio si dedicò alla letteratura con passione ancora maggiore, affrontando argomenti impegnativi: la filosofia (il Convivio), la questione della lingua (il De vulgari eloquentia), la politica (il De Monarchia), la salvezza dell'umanità (la Divina Commedia, che ebbe il coraggio di scrivere in volgare). All'inizio forse fu scambiato per un qualsiasi uomo di corte bisognoso di protezione, ma in breve le sue opere gli diedero fama e onore, tanto che gli fu offerto l'alloro a Bologna (ma egli rifiutò, perché sognava l'incoronazione poetica nella sua città, Firenze).
Ecco che cosa scrive di lui Boccaccio: "Questi fu quel Dante che a' nostri seculi fu conceduto di speziale grazia da Dio. Per costui ogni bellezza di volgar parlare sotto debiti numeri (cioè sotto una forma elegante) è regolata: per costui la morta poesì meritamente si può dir resuscitata".
Per di più Dante aveva una chiara consapevolezza di tutto ciò: si sentiva un privilegiato, onorato da una missione divina, per lui il fine della Divina Commedia era "allontanare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità" (Epistola XIII, a Cangrande della Scala).
Io non credo che questo possa dirsi il pensiero di un fallito.

Ma quella che più mi appare senza fondamento è la definizione di servo di partito. Vediamo perché.
Quando Dante fu priore a Firenze, nel 1300, si scatenarono i soliti scontri tra le fazioni dei Guelfi Bianchi e dei Neri. Proprio Dante propose di espellere i capi dei due partiti per far tornare la calma a Firenze, e non fece eccezione per il suo migliore amico e compagno del partito Bianco, Guido Cavalcanti.
Dopo il 1302, anno dell'esilio, Dante cercò più volte di ritornare in patria insieme agli altri esuli Bianchi, ma quando vide che l'ultimo di questi tentativi, fallite le trattative, si era risolto in una carneficina (la battaglia della Lastra del 1304) decise di abbandonare il gruppo e di "far parte per se stesso".
Nel 1315, dopo 13 anni di esilio, fu proclamata a Firenze un'amnistia per i carcerati e i fuorusciti politici. Per i primi era prevista una cerimonia umiliante: partendo dal carcere dovevano percorrere il tragitto fino al Battistero, scalzi, con un sacco per vestito ed un cartello con sù scritto il proprio nome ed il reato commesso. Agli esiliati veniva risparmiato l'infame abbigliamento, ma essi dovevano simbolicamente toccare con il piede la soglia del carcere, il che li eguagliava agli altri carcerati, per poi recarsi al Battistero e versare una somma di denaro come ammenda. La reazione di Dante a questa proposta la leggiamo in una lettera ad un amico fiorentino (l'Epistola XII, che in realtà è in latino): "E' questo il magnanimo provvedimento con cui si richiama in patria Dante Alighieri, che per quasi quindici anni ha sofferto l'esilio? Questo ha meritato l'innocenza a tutti nota? questo hanno meritato il sudore e il continuo impegno nello studio? Sia lontanta da un uomo amante della filosofia una così degradante viltà d'animo da sopportare di presentarsi come un carcerato simile a ladri e assassini! Sia lontano da un uomo che predica la giustizia, il pagare, dopo aver subìto un ingiusta offesa, il suo denaro a quelli che l'hanno oltraggiato, come se lo meritassero. Non è questo il modo di ritornare in patria; se un altro modo prima o poi verrà trovato, che non deroghi alla fama e all'onore di Dante, l'accetterò ben volentieri. Ma se in nessun onorevole modo si torna a Firenze, a Firenze non tornerò più. Forse non potrò vedere dovunque la luce del sole o degli astri? forse non potrò indagare dovunque sotto il cielo le dolcissime verità, senza restituirmi vile e vergognoso al popolo e alla città di Firenze? E certamente non mi mancherà il pane!".
A questo punto di solito mi viene da piangere, quindi stacco.








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venerdì, 19 dicembre 2003

Un esule della telev...

Un esule della televisione.

Ieri ho visto su Canale 10 uno speciale dedicato a Sabina Guzzanti. Era uno spettacolo teatrale (ormai anche lei, come toccò già a Beppe Grillo, può parlare alle persone solo nei teatri), mandato in onda da una rete TV evidentemente ancora libera dalla censura perché poco seguita. Tra i tanti ospiti della Guzzanti, c'era Michele Santoro. Appariva stanco, non in forma, svuotato di energie. Ho pensato: ecco, questo è un esule. Essere allontanati dal proprio mondo, privati della propria professionalità, stroncati nel proprio desiderio di comunicare idee, anche questo è esilio. Altro che che l'esilio dei Savoia!

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giovedì, 18 dicembre 2003

Suicidi per disonore...

Suicidi per disonore.

Negli ultimi giorni ho visto che in tanti hanno dedicato post ad un grande personaggio dello sport. Io sono un po' lenta e impiego tempo per elaborare le mie sensazioni. Oggi voglio dedicargli la storia di un uomo, tratta dal XIII canto dell'Inferno.
La selva dei suicidi, un luogo in cui la natura è una non-natura (Inferno, c. XIII, vv. 4-6):

non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:

Un luogo di negazione e di assenza, dove "le brutte Arpìe lor nidi fanno" (v. 10), le Arpìe (uccelli dal volto di donna o donne dal corpo di uccello?) che "ali hanno late, e colli e visi umani/ piè con artigli, e pennuto il gran ventre/ fanno lamenti in su li alberi strani" (vv.13-14)
Sono strani questi alberi, perché sembrano emettere lamenti. Dante incredulo guarda verso Virgilio per manifestargli una tacita richiesta di aiuto... "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse/ che tante voci uscisser da quei bronchi/ da gente che per noi si nascondesse" (vv. 25-26). La stranezza, l'equivoco, l'incomprensione: ecco l'atmosfera che regna in questo paesaggio stravolto.
Perché non è vero che nei tronchi si nascondono esseri umani, o meglio anime. No, i tronchi sono essi stessi anime, e Dante è costretto ad accorgersene quando spezza un ramoscello da un gran pruno (vv.33-39)

e 'l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?"
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi:
ben dovrebbe'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi".

E "parole e sangue" escono così insieme dal ramo spezzato, che "geme" come un tizzone acceso a contatto con l'umidità che si libera dal legno. E persino le parole scelte da Dante, schiante, scerpi, sterpi, serpi (che si dovrebbero pronunciare con lentezza ed indugiando sul suono s), sembrano riprodurre lo sfrigolìo del legno che brucia.
La stessa scena è descritta nell'Eneide da Virgilio, nell'episodio di Polidoro. Ma a Dante non interessa tanto il prodigio dell'uomo trasformato in pianta per aver volontariamente rinunciato al suo corpo. E' la storia che segue il vero dramma, il dramma di un'anima, ma soprattutto di un uomo.

L'anima trasformata in pruno è quella di Pier della Vigna, colui che tenne "ambo le chiavi del cor di Federico" (vv. 58-59), fu cioè ministro e consigliere di Federico II di Svevia. Ma poi, a causa della "meretrice" (v. 64) che non abbandona mai le case dei potenti, cioè l'invidia, fu accusato di tradimento, incarcerato e crudelmente accecato con un ferro arroventato. Dopo di ciò si tolse la vita.
Ecco come quest'uomo spiega le ragioni del suo gesto (vv. 70-78):

"L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede".

Quest'uomo innocente era stato privato di ciò che per lui era più importante: l'onore e la reputazione di onesto funzionario al servizio di un grande imperatore. E' proprio quel che mi è capitato di leggere in un commento ad un post di puskas. Se nella vita si punta tutto su qualcosa, che può essere la bicicletta, la propria professione, uno strumento musicale, e poi proprio su quella cosa che ci è cara veniamo infangati e atterrati, non siamo certo deboli, ma solo sensibili, se perdiamo entusiasmo per tutto il resto e non vediamo più via d'uscita.  
E così può prenderci quel "disdegnoso gusto", quel doloroso desiderio di toglierci di mezzo, e di evitare il disonore con la morte. E peggio per noi se, uccidendo noi stessi, uccidiamo un innocente, rendendoci, come Pier della Vigna,  ingiusti contro noi stessi giusti. Evidentemente c'è chi per invidia, accanimento o gusto dello scandalo ci ha fatto perdere ogni possibilità di recupero della nostra immagine e dignità.
La conclusione non ci può essere. Non ci sono parole di conforto. Soltanto la volontà di riuscire a non attaccare gli altri, a non infangare chi ci sta intorno, a non uccidere a colpi di parole che, come pietre, isolate non possono nulla, ma tutte insieme possono portare alla morte.  
























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giovedì, 18 dicembre 2003

Profezie di Farinata...

Profezie di Farinata, Brunetto Latini e Vanni Fucci.

Ecco le altre tre profezie dell'esilio, sempre più esplicite, contenute nell'Inferno dantesco.

Quella, pungente, di Farinata degli Uberti (VI cerchio, eretici):

Farinata, di famiglia ghibellina, avversa dunque a Dante, quando lo incontra nell'Inferno, inizia una disputa con lui, ricordandogli che i Ghibellini hanno cacciato i Guelfi da Firenze in occasione della battaglia di Montaperti del 1260 (Dante non era ancora nato). Ma quando il Poeta, per nulla intimorito, gli rinfaccia che i Guelfi sono poi tornati nella città, mentre i Ghibellini, cacciati a loro volta, non hanno appreso "quell'arte" di ritornare, Farinata risponde irritato (Inferno, canto X, vv. 77-81):

"S'elli han quell'arte" disse "male appresa,

ciò mi tormenta più che questo letto (1).

Ma non cinquanta volte fia riaccesa

la faccia della donna che qui regge (2)

che tu saprai quanto quell'arte pesa (3).

(1) La tomba infuocata in cui giacciono gli eretici. Farinata era epicureo.

(2) E' Proserpina, regina degli Inferi, identificata con la Luna. Perciò il tempo indicato corrisponde a quattro anni e due mesi: è il maggio 1304, ed è fallito l'ennesimo tentativo di Dante di tornare in patria.

(3) L'arte di tornare in patria.

Tuttavia nelle parole di Farinata non c'è tanto astio, quanto una sorta di avvertimento da parte di un uomo dalla grande passione politica ad un avversario altrettanto magnanimo, ma più inesperto: Farinata insomma sembra dire a Dante: "non crederti superiore, perché lo stesso destino di esilio accomuna entrambi!".

Segue la profezia, accorata, del maestro Brunetto Latini (VII cerchio, 3° girone, sodomiti), che avverte Dante (Inferno, canto XV, vv. 61-64):

Ma quello ingrato popolo maligno (1)

(...)

ti si farà, per tuo ben far, nemico.

(1) I Fiorentini.

Infine la profezia irata di Vanni Fucci (VIII cerchio, settima bolgia, ladri), che profetizza a Dante la sconfitta dei Guelfi Bianchi nel 1302 e di conseguenza la rovina di Dante stesso e soggiunge (Inferno, canto XXIV, v.151):

"E detto l'ho perché doler ti debbia!"

C...imma di dannato!

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mercoledì, 17 dicembre 2003

Premessa. Questo blo...

Premessa. Questo blog è mio e dunque posso dedicarlo a chi voglio. Perciò ho deciso di parlare di Dante. Anche a costo di essere la mia unica lettrice.

Esilio. Profezia Di Ciacco.

Cominciamo da una data, il 1302, precisamente il 27 gennaio. Dante sta tornando a Firenze da Roma (vedremo poi perché, una cosa alla volta). Durante una sosta a Siena riceve la notizia che farà per sempre la sua infelicità e forse la felicità di noi lettori (se è vero che il dolore affina la sensibilità dei poeti): è stato condannato all'esilio. Che cosa vuol dire questa parola? Non è solo la sofferenza della lontananza, già di per sé struggente. Per un intellettuale ed un uomo politico come Dante che vive in un'Italia frazionata, in cui quasi ogni città è uno stato a sé, significa non avere più cittadinanza, diritti, denaro. Chiedere ospitalità. Dover dimostrare il proprio valore di poeta per ottenere prestigio e rispetto. Per noi che viaggiamo con i documenti e la carta di credito nel portafogli è difficile immedesimarci in lui. Forse solo gli extracomunitari che arrivano in Italia vivono una situazione simile. Ma loro non sono poeti e non suscitano neanche commozione.

L'argomento esilio ritorna nella Divina Commedia sotto forma di profezia.

Ci sono quattro profezie nell'Inferno, quattro nel Purgatorio e una finale nel Paradiso.

Inferno, c. VI, vv. 64-72

Il fiorentino Ciacco (III cerchio, golosi) predice a Dante il trionfo prima dei Guelfi Bianchi (a cui Dante apparteneva), poi dei Neri (la fazione opposta), i quali con l'aiuto di papa Bonifacio VIII, manterranno il potere a Firenze per lungo tempo. Sarà questo rivolgimento a causare l'esilio di Dante.

E quelli a me:" Dopo lunga tencione"

verranno al sangue, e la parte selvaggia (1)

caccerà l'altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l'altra sormonti

con la forza di tal che testé piaggia (2).

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l'altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n'aonti(3).

(1) I Bianchi, considerati volgari perché immigrati dal contado.

(2) Papa Bonifacio VIII.

(3) Per quanto la fazione bianca possa lamentarsene e indignarsene.

Le altre alla prossima!

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