Superbia.
Iracondia e superbia sono accomunate nel V cerchio dell'Inferno, nella palude Stigia, poiché le due colpe sono abbastanza affini. Chi crede di esser grande è più portato ad adirarsi e rimproverare gli altri. I superbi dunque non sono menzionati da Dante, eppure sono lì tra gli irosi: quando parla di Filippo Argenti, Virgilio afferma infatti (Inferno, canto VIII, vv.46-51):
"Quei fu al mondo persona orgogliosa;
bontà non è che sua memoria fregi:
così s'è l'ombra sua qui furiosa:
Quanti si tengon or là sù gran regi
che qui staranno come porci in brago,
di sé lasciando orribili dispregi!!"
La superbia era una colpa che Dante riconosceva di avere. Il leone, nella selva oscura, rappresentava proprio questo vizio, insieme alla lonza-lussuria e alla lupa-avarizia.
Ora, però, una cosa è essere Dante ed essere un pochino superbo. Altra è la superbia di certi personaggi del mondo attuale. Un Presidente del Consiglio che non si vergogna di ostentare e trasmettere i suoi valori materiali ed esteriori. All'inizio credevo fosse solo un pettegolezzo. Poi leggo: "Il mio lifting? E' stata Veronica a spingermi!" E crede che noi siamo tutti lì con un sorrisino benevolo a pensare: "Eh sì, me lo farei anch'io..." Superbia che poggia sul nulla. E intanto aumentano gli esuli moderni, quelli che in patria sono condannati a non poter più svolgere il lavoro che sanno e vogliono fare secondo coscienza. E il rischio è che piano piano, nel silenzio, questi esuli verranno dimenticati...
Iracondia.
L'ira è il peccato opposto all'accidia. Esiste un'ira buona, la cosiddetta "ira per zelum", di cui parla S.Tommaso: è l'energia che ci permette di affrontare la vita e gli altri e di sdegnarci giustamente del male commesso. Vi è poi l'ira mala, o iracondia, che ci rende brutti nell'aspetto e malvagi nell'animo.
Gli iracondi sono immersi anch'essi nel fango della Palude Stigia, ma a differenza degli accidiosi, sono ben visibili: hanno il "sembiante offeso" e si percuotono con le mani, "con la testa e col petto e coi piedi", e si sbranano con i denti (Inferno, canto VII, vv. 109-114).
Con una di queste anime Dante ha uno scontro violento: è uno dei passi più tesi e drammatici dell'Inferno (canto VIII, vv. 31-63).
Mentre noi corravam la morta gora,
dinanzi mi si fece un pien di fango,
e disse:"Chi se' tu che vieni anzi ora?"
E io a lui: "S'i' vegno, non rimango;
ma tu chi se', che sì se' fatto brutto?"
Rispuose: "Vedi che son un che piango"
E io a lui: "Con piangere e con lutto,
spirito maladetto, ti rimani;
ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto"
Allor distese al legno ambo le mani;
per che 'l maestro accorto lo sospinse,
dicendo: "Via costà con li altri cani!"
Lo collo poi con le braccia mi cinse;
baciommi il volto, e disse:"Alma sdegnosa,
benedetta colei che 'n te s'incinse!"
(...)
E io: "Maestro, molto sarei vago
di vederlo attuffare in questa broda
prima che noi uscissimo dal lago".
Ed elli a me: "Avante che la proda
ti si lasci veder, tu sarai sazio:
di tal disio convien che tu goda".
Dopo ciò poco vid'io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!";
e il fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si volvea co' denti.
L'anima in questione è quella di un fiorentino, Filippo de' Cavicciuli degli Adimari, del quale Boccaccio ci dice che prese il soprannome Argenti dall'aver ferrato il suo cavallo con l'argento (superbo dunque, oltre che iracondo, come si vedrà a proposito della superbia); aveva inoltre a quanto pare l'abitudine di cavalcare con le gambe tese ed aperte, in modo da sfiorare con la punta delle scarpe coloro che lo incrociassero. Alcuni commentatori antichi affermano che apparteneva alla fazione dei Guelfi Neri, opposta a quella di Dante, che era Guelfo Bianco; nonostante ciò, si rivolse proprioa Dante, suo vicino di casa, per chiedergli di testimoniare in suo favore in un processo per usurpazione di suolo pubblico, ma Dante testimoniò secondo verità e il Cavicciuli fu condannato. Si dice che allora prese a schiaffi Dante e che poi, dopo l'esilio, si oppose sempre al rientro in patria dell'Alighieri e si impadronì di una parte dei suoi beni confiscati.
Ecco in parte il motivo dell'"ira" di Dante, il quale, appena vede il fiorentino, si rivolge a lui con sdegno, mentre anche Virgilio, quando il dannato cerca di appendersi alla barca su cui i due pellegrini sono saliti per attraversare il fiume Stige, lo spinge giù con gli "altri cani"! Poi il maestro si rivolge a Dante, lodandolo e chiamandolo "alma sdegnosa" ed usando per definire la madre del poeta un' espressione che, nel Vangelo di Luca, Elisabetta rivolge a Maria! E quando Dante esprime il desiderio di vedere l'Argenti tuffato in quella "broda", viene esaudito e tutte le anime gridano "a Filippo Argenti", in uno spettacolo di grande ira e violenza.
Sembra incredibile che Dante si comporti così.... ma evidentemente la sua è, al di là del rancore personale, quell'ira per zelum di cui si parlava all'inizio, lo sdegno verso quei ricchi, pseudo-aristocratici -ce ne sono ancor oggi naturalmente-, che credono, in vita, di poter umiliare e calpestare sia gli altri che le istituzioni e che, dopo la morte, riceveranno il giusto trattamento!
Accidia.
Oggi mi sento un po' accidiosa. Le vacanze di Natale, che permettevanodi non far nulla, o meglio di fare ciò che più ci piaceva senza sentirci in colpa, sono ormai lontane anni luce. Questo bel fine settimana anche è trascorso. Ora tutti sembrano attivi. Ora sarebbe il tempo di impegnarsi in qualcosa di proficuo; eppure questa è la cosa più difficile. Il lavoro, quello vero e definitivo, manca. Ne sono avvilita o in fondo contenta (sshh, non facciamoci sentire...)? Il tempo che ho per leggere e informarmi mi sembra importante per la mia crescita, questo è sicuro, ma quanto ancora voglio e posso crescere?
Anche scrivere sul blog, che per me è una fonte di grande piacere e confronto, mi appare talvolta come una fuga, un altro modo per non far nulla di concreto. La piccola discussione con Omero 1974 su destra e sinistra mi fa sentire certa delle mie idee, ma molto meno delle mie azioni. Cosa faccio infatti veramente di sinistra? Nanni Moretti esclamava rivolto a D'Alema in TV: "Di' qualcosa di sinistra!". Io penso rivolta a me: "Fa' qualcosa di sinistra!". Ma lo so, resterò come Zeno, nel romanzo di I. Svevo, sempre una persona contemplativa, più che attiva.
Allora, tanto per capire qualcosa in più, interroghiamo Dante. Come vede l'accidia, uno dei sette vizi capitali?
Nel V cerchio dell'Inferno vi è una palude, chiamata stigia, perché è formata dalle acque del fiume Stige, che separa i primi cinque cerchi (dove sono punite le colpe di incontinenza) dalla città di Dite, l'Inferno più nero...
L'acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia dell'onde bige,
entrammo giù per una via diversa.
In la palude va c'ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand'è disceso
al piè delle maligne piagge grige.
(Inferno, canto VII, vv. 103-108)
Nella palude dello Stige, che in greco vuol dire "orrore" o "tristezza", predominano i colori tristi e cupi: buio, bigio, grigio... E in questa "lorda pozza" (v.127) sono immersi tutti insieme iracondi, accidiosi, superbi e invidiosi (questi ultimi non esplicitamente menzionati, ma vi sono quasi certamente anche loro, vedremo più in là il perché), tutti accomunati da colpe che intristiscono l'animo.
Le anime degli accidiosi non si vedono, ma Virgilio spiega a Dante che sono immerse nel fango (e anche vo' che tu per certo credi/ che sotto l'acqua ha gente che sospira,/ e fanno pullular quest'acqua al summo, vv. 118-120): la loro presenza si deduce solo dalle bollicine sulla superficie dell'acqua, dal gorgoglio prodotto da queste anime che pronunciano, inascoltati, una triste litanìa (vv.121-126):
Fitti nel limo, dicon : "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidioso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra.
Dunque la loro pena consiste nel non poter essere più né visti né uditi, essi che in vita non ebbero l'energia né per agire né per parlare e preferirono rimanere nell'ombra. No, questi accidiosi proprio non mi piacciono: meglio "svegliarsi" che "il sol ci allegra", e andare ad organizzare la lezione privata che mi aspetta domani e cucinare e divertirmi, ché, come dice Virgilio, non c'è tempo da perdere e "il troppo star si vieta" (v. 99)!
Pluto, il "maledetto lupo".
Come potrei tralasciare di parlare del guardiano del IVcerchio, custode degli avari e dei prodighi, Pluto, "il gran nemico"? Figura ambigua già nel nome, perché in greco Ploutos era il dio della ricchezza, mentre Plouton (Plutone) era un altro epiteto di Ade, il dio degli inferi. Associare le due figure tuttavia non è certo privo di senso, sia se si pensa a quanto l'oltretomba sia certamente il regno più grande e ricco, per la quantità di anime che da millenni esso possiede, sia se preferiamo dire che la ricchezza conduce alla morte (lo sosteneva anche Gesù, con la sua parabola del cammello che passa per la cruna di un ago - a proposito: tempo fa mi spiegarono che kamilos vuol dire fune, qualcosa che altrettanto difficilmente passerà per la cruna di un ago, ma che certamente ha più un nesso con l'ago rispetto al cammello!).
Dunque, quando Pluto cerca, come al solito, di sbarrare la strada ai due pellegrini, Virgilio si rivolge al lui dicendo (Inferno, canto VII, vv. 8-12):
" Taci, maledetto lupo;
consuma dentro te con la tua rabbia.
Non è sanza cagion l'andare al cupo:
vuolsi ne l'alto, là dove Michele
fe' la vendetta del superbo strupo". (1)
(1) L'arcangelo Michele punì l'oltraggio degli angeli ribelli a Dio.
Tutti ricordano dai tempi della scuola che fra le tre fiere che Dante incontra nella selva oscura all'inizio del suo viaggio, la lupa rappresenta l'avarizia. Dunque tutto torna.
Rimarranno invece forse sempre un mistero le parole che Pluto pronuncia appena scorge Virgilio e Dante (vv.1-2).
"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!"
cominciò Pluto con la voce chioccia.
L'unico elemento certo è la parola Satana ripetuta due volte. Pape o papè è una interiezione usata dai comici sia latini che greci per indicare stupore: forse Pluto si meraviglia giustamente di veder arrivare Dante vivo! Aleppe potrebbe corrispondere ad Alef, la prima lettera dell'alfabeto ebraico, che indica anche il nome di Dio e con cui si apre il lamento di Geremia nell'Antico Testamento, ed è un po' come il nostro "Oddio!". Dunque un'esclamazione forte, quasi una bestemmia, quella di Pluto, alla vista dei due viandanti!
Ma alcuni ritengono che pape possa corrispondere al latino papae, genitivo di papa. E questo si può collegare al fatto che molti tra gli avari del IV cerchio hanno la cosiddetta chierica, cioè non hanno i capelli al centro della testa, essendo infatti, come dichiara Virgilio, uomini di chiesa, papi e cardinali?
Non lo sappiamo, e qualche volta è anche bello pensare che non possiamo capire tutto!
La fortuna. Riflessioni.
Per molto tempo non sono riuscita a capire, né dunque a condividere il discorso di Virgilio, la ragione di Dante, sull'angelo della fortuna. Mi sembrava ancora troppo vicino alla mentalità medievale, che considerava la fortuna come una forza misteriosa, in grado di sovrastare e talvolta annientare le capacità umane. Mi appariva molto più ammirevole l'idea successiva, umanistica, di homo faber, artefice della propria fortuna. Poi, a furia di riflettere, credo di aver capito che Dante ha una posizione personale e originale, che è a giusta distanza sia dalla concezione medievale che da quella umanistica della fortuna e penso che, come al solito, nel giusto mezzo si trovi la verità.
Innanzitutto per Dante la fortuna non è la dea bendata, cieca, che distribuisce beni a casaccio in modo del tutto irrazionale e indipendente dalle azioni degli uomini. Non è però neanche possibile che l'uomo abbia in sé la forza per crearsi del tutto da solo il proprio destino; affermare questo, per Dante, sarebbe una tracotanza troppo grande. La fortuna è invece per lui una ministra divina, una forza dunque razionale, che ha il compito di favorire l'avvicendamento dei beni e dei poteri e l'evolversi delle vicende umane.
Quest'idea ha due significati: uno probabilmente politico, che consiste nell'opporsi alla rigidità del feudalesimo, con i suoi immutabili privilegi di casta, e preferire ad esso la mobilità della nuova classe borghese (è l'idea di Sermonti, contro altri studiosi che vedono in Dante un oppositore del ceto borghese); l'altro significato è più umano e consiste nel contare sì sulle proprie forze, ma sapendo che dobbiamo pur sempre scontrarci con l'imprevedibilità delle circostanze esterne, le quali (per volontà divina o, per chi è laico, semplicemente perché nessuno di noi è padrone del mondo) possono rendere inattuabili i nostri progetti; e proprio questa imprevedibilità rappresenta la fragilità della condizione umana della quale è inutile lamentarsi.
Una conferma a questa interpretazione mi è arrivata mentre leggevo un blog, quello di SiFossiFoco (fiorentino per altro), in cui si diceva che, per alcuni, "se uno ha più soldi è perché li ha rubati, se uno ha più potere è perché è raccomandato, se uno ha più donne è perché ha più sordi, se uno è più simpatico o intelligente è perché c'è in atto una brutta congiura contro di loro. Se questa congiura, che loro vedono ovunque, unn'esistesse, sarebbero loro, ma proprio loro, i più ricchi, i più bravi, i più potenti, i più simpatici". Credo che l'atteggiamento ridicolizzato in questo post consista proprio nel non accettare che alcuni eventi sfuggono alla nostra comprensione e volontà e noi non possiamo far nulla per evitarlo, se non potenziare le nostre forze per meritare di più.
Del resto anche Dante nel Convivio si lamenta della "indiscrezione" o apparente arbitrarietà del suo destino di esule. Ma poi evidentemente si vergogna di questa sorta di seppur comprensibile vittimismo e scrive nella Commedia una sorta di palinodia, o ritrattazione, delle sue considerazioni sulla fortuna.
Ed è importante il fatto che ponga il suo apologo sulla fortuna proprio qui nel VII canto, a metà strada fra il IV cerchio degli avari e dei prodighi, che misero la loro vita nelle mani dei beni terreni, ed il successivo V cerchio in cui sono puniti insieme iracondi, superbi, accidiosi e invidiosi, tutti coloro cioè che, in un modo o nell'altro, non seppero rapportarsi serenamente a questi beni, o per eccesso di zelo e auto-celebrazione (irosi-superbi) o per mancanza di energia e di fiducia in se stessi (accidiosi-invidiosi). E' sempre più difficile, leggendo Dante, sentirsi esenti da colpe...
La fortuna.
Dopo aver contemplato lo spettacolo degli avari e dei prodighi che si affannano inutilmente dietro ai loro massi, Dante riflette sul significato di questa visione. Allora la sua ragione, Virgilio, chiosa le immagini di quei dannati con una sentenza un po' moralistica sulla precarietà dei beni sottoposti alla Fortuna. (Inferno, canto VII, vv.61-66)
Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d'i ben che son commessi alla Fortuna,
per che l'umana gente si rabbuffa;
ché tutto l'oro ch'è sotto la luna
e che già fu, di quest'anime stanche
non poterebbe farne posare una. (1)
(1) Ora puoi comprendere l'inganno, destinato in breve tempo a svelarsi, dei beni affidati alla Fortuna, per i quali l'umanità si accapiglia; infatti tutto l'oro che c'è sulla Terra non potrebbe far riposare nemmeno una di queste anime inutilmente affaticate.
Dante gli chiede allora di parlargli di questa fortuna che ha tra le sue "branche" i beni del mondo. E Virgilio spiega (vv. 73-96):
Colui lo cui saver tutto trascende
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì ch'ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce: (1)
similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d'uno in altro sangue,
oltre la difension d'i senni umani;
perch'una gente impera e l'altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
ch'è occulto come in erba l'angue. (2)
Vostro saver non ha contasto a lei:
(...)
Quest'è colei ch'è tanto posta in croce
pur da color che le dovrìen dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s'è beata e ciò non ode:
con l'altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.(3)
(1) Dio, che tutto conosce, creò le sfere celesti e le affidò a delle guide, gli angeli o intelligenze motrici, così che ogni coro angelico (ogne parte) riflettesse la propria luce su ogni sfera (ogne parte), e tutta la luce divina fosse distribuita uniformemente ovunque.
(2) Allo stesso modo creò un'amministratrice e una guida per i beni mondani, che trasferisse a tempo opportuno le effimere ricchezze da una nazione all'altra e da una famiglia all'altra, al di là della possibilità della ragione umana di opporvisi. Perciò un popolo comanda e l'altro s'indebolisce, obbedendo alle decisioni di costei, che sono nascoste come un serpente nell'erba.
(3) La vostra conoscenza non può contrastarla. Questa è colei che tanto è disprezzata persino da coloro che dovrebbero lodarla, e che invece la biasimano e la ingiuriano. Ma ella è beata e non li ascolta e, lieta insieme agli altri angeli, fa girare la sua sfera dei beni mondani e, beata, gode di se stessa.
Questo argomento della fortuna merita proprio qualche riflessione in più...
Avari e prodighi.
Ora incomincian le dolenti note... Dante lo dice all'inizio del V canto, quando si accinge a parlare dei lussuriosi che tanta pietà suscitano in lui. Ma secondo me una delle colpe di cui è più duro discutere ai nostri tempi è quella punita nel IV cerchio dell'Inferno e legata al cattivo uso del denaro. Infatti i primi due peccati di incontinenza, la lussuria e la gola, in fondo oggi non appaiono più così gravi. Invece il modo in cui spendiamo, o non spendiamo, i nostri soldi è fonte continua di rimorsi, sensi di colpa, critiche, insoddisfazione. E' duro dunque parlare dell'avarizia e del suo opposto, la prodigalità, per vari motivi:
1- nella società del benessere l'avarizia dovrebbe essere quasi inesistente, invece è paradossalmente quanto mai diffusa;
2- nessuno ritiene di essere taccagno, mentre quasi tutti accusano gli altri di tirchieria.
3- la spilorceria moderna assume forme strane e contraddittorie: ci doliamo a volte con atteggiamento vittimistico del costo del biglietto dell'autobus o della monetina per usare l'ascensore (visti come un vero sopruso da parte rispettivamente dell'azienda di trasporto o del condominio), mentre siamo pronti a spendere somme esorbitanti ad esempio per l'abbigliamento, che ci permette di apparire e di piacere, il che è forse il principale obiettivo dei nostri tempi; e poi impieghiamo molto più volentieri il nostro denaro per comprare oggetti (vestiti, cellulari, macchine fotografiche) piuttosto che per ottenere servizi (un taxi, una cena con gli amici, un teatro): l'importante infatti è che lo spender soldi ci procuri almeno qualcosa di concreto e tangibile in cambio.
Ma come "vede" Dante gli avari e i prodighi? (Inferno, canto VII, vv. 25-35)
Qui vid'i' gente più ch'altrove troppa,
e d'una parte e d'altra, con grand'urli,
voltando pesi per forza di poppa.
Percoteansi 'ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?".
Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l'opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro; (1)
poi si volgea ciascun, quand'era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.
(1) Gridando, l'un contro l'altro, la propria offensiva cantilena.
Insomma questi peccatori sono divisi in due schiere, urlanti per la fatica di trasportare enormi massi lungo il perimetro del quarto cerchio, finché, scontrandosi a metà cerchio, gridano l'una verso l'altra: "perché conservi?", "e tu perché dilapidi?", e tornano indietro, ricominciando il supplizio, che ricorda quello di un antico eroe greco, Sìsifo, punito per la sua scaltrezza.
Ma, nel caso degli avari e dei prodighi, i massi rappresentano il peso eccessivo dato dai primi al denaro, dai secondi ai beni che esso può procurare, atteggiamenti entrambi che ci rendono schiavi e ci privano della libertà di porre al centro del nostro interesse noi stessi e di considerare il denaro semplicemente come un mezzo per rendere fruttuosi i rapporti con gli altri, mediante l'equilibrio del dare e dell'avere.
Del resto, quando Dante cerca di riconoscere qualcuno in quella massa di dannati, Virgilio gli fa notare che il loro essere stati abbagliati dal denaro li rende per sempre irriconoscibili, in quanto ciò che hanno sacrificato alla moneta è la loro dignità.
Apparentemente identico alla colpa della prodigalità, ma invece diverso nelle motivazioni, più autodistruttive, sarà il peccato punito più giù, nel secondo girone del VII cerchio, quello cioè degli scialacquatori, considerati, alla stregua dei suicidi, come violenti contro sé stessi: si tratta di coloro che hanno dilapidato interamente le loro fortune, rovinandosi al gioco, diremmo oggi al videopoker, o nel consumo di droghe.
Ma più vicini alla maggior parte di noi appaiono questi dannati incontinenti del quarto cerchio, con le piccole e continue forme di avarizia (verso gli altri) e prodigalità (verso se stessi) che anche noi pratichiamo, senza riconoscerlo, ogni giorno.
Del resto, Sermonti fa notare che la Firenze del Duecento attraversava un periodo simile a quello attuale, in cui l'urbanizzazione ed il fiorire di attività imprenditoriali e finanziare avevano favorito l'innalzamento del tenore di vita ed il consumismo, con la conseguente tendenza ad idolatrare il denaro ed i beni superflui che esso apporta.
E dopo queste considerazioni , vado a contare i soldi che ho accumulato nel salvadanaio...
Dedicato a Bartleby.
Un giorno l'amica di forsepotrei, preferireidino, creò il suo blog. forsepotrei ne rimase affascinata, allora preferireidino le disse:"Perché non lo fai anche tu?". E forsepotrei: "Nooo, io non sono capace di creare da episodi quotidiani immagini potenti come le tue. Io non so creare; al massimo, forse, so spiegare." Allora preferireidino, con la sua saggezza non invadente: "Forse, spiegare è anche un po' creare". "Mumble, mumble..." Così è nato il blog che ha ridato a forsepotrei un po' di fiducia nelle sue capacità.
Perciò questo scherzoso post è dedicato a preferireidino e ad una delle sue piccole fobie.
Aracne era una bravissima tessitrice della Lidia che, consapevole della sua abilità, osò sfidare a gara addirittura la dea Minerva. Questa, vinta, si adirò così tanto (come racconta Ovidio nelle Metamorfosi) da strapparle la tela dalle mani, gettarle la spola in faccia e, dopo che la ragazza si era impiccata per la rabbia e l'umiliazione, trasformarla in un orribile ragno che, ancor oggi, continua a filare la sua tela.
E' uno degli esempi di superbia punita, che le anime del Purgatorio vedono scolpiti come bassorilievi sulle pareti del primo girone, dove si espìa appunto la colpa della superbia. Purgatorio, canto XII, vv. 42-45:
O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si fe'.
Morale della favola: la prossima volta che vedrai un piccolo ragnetto, pensa che nel suo corpo si nasconde una ragazza un po' ribelle, insofferente dell'autorità, di qualunque tipo essa sia, ma in fondo orgogliosa delle proprie doti, quelle che nessuno mai potrà strapparle... E forse quella ragazza mi ricorda qualcuno...
!
I barattieri.
Quale nell'arzanà de' Viniziani
bolle l'inverno la tenace pece
a rimpalmare i legni lor non sani,
ché navicar non ponno...
(...)
tal, non per foco, ma per divin'arte,
bollìa là giuso una pegola spessa,
che 'nviscava la ripa d'ogne parte.
I' vedea lei, ma non vedea in essa
mai che le bolle che 'l bollor levava,
e gonfiar tutta e riseder compressa.
(Inferno, cantoXXI, vv.7-10, 16-21)
Con questi versi che si leggono stentatamente, Dante vuol darci, anche attraverso il suono delle parole, un'idea della vischiosità della pece bollente in cui sono immersi i barattieri, coloro che (cito questa volta Natalino Sapegno) "per procurarsi lucro o altro vantaggio, fecero mercato frodolento delle cose pubbliche... Maestri di furberie e di inganni, immersi in un mondo volgare e canagliesco"; "...peculato, concussione, malversazione, interesse privato ed ogni forma di corruzione messa in atto nella sfera pubblica..." queste le loro colpe, secondo Vittorio Sermonti.
Dunque il nostro Poeta paragona il paesaggio della quinta bolgia dell'ottavo cerchio infernale (detto appunto Malebolge e popolato dai frodolenti di ogni tipo) all'arsenale dei Veneziani, dove, durante l'inverno, vengono riparate le barche che tanto non potrebbero uscire in mare. E bolle questa pegola (pece), e l'allitterazione bolle-bollor ci fa quasi sentire il suono che produce bollendo. Bolle e si gonfia perché in essa sono invischiati i barattieri, che misero le mani in faccende oscure e sporche come appunto la pece.
Non li si vede in faccia, perché i diavoli, come cuochi intorno ad un pentolone, con i loro uncini li "ficcano" giù. Forse hanno vergogna per loro...
E uno di questi diavoli sta portando un dannato fresco fresco, appena arrivato: dimentichiamoci il suo nome, così che la nostra immaginazione possa farci pensare a chi vogliamo... Lo getta nel pentolone e gli urla, graffiandolo insieme agli altri diavoli (vv.53-54):
"...... Coverto convien che qui balli,
sì che, se puoi, nascosamente accaffi".
Come si spiega il sadismo dei diavoli, l'umiliazione della pena immaginata da Dante per questo genere di dannati? Oltre al disprezzo per la colpa in sé, prevale in lui sicuramente la rabbia, perché, in occasione della condanna all'esilio, venne accusato proprio di baratteria, per aver "speso denari per resistere al Sommo Pontefice ed al re Carlo di Valois", agendo dunque, secondo l'accusa "contro lo stato pacifico della città di Firenze...". Dante che, come guelfo bianco, teneva a conservare l'autonomia comunale e si opponeva alla trasformazione di Firenze in signoria ed all'ingerenza eccessiva di papa Bonifacio VIII.
Ma queste cose accadevano nel lontano 1200...
Minosse contro Lodo Schifani: 1-0.
Sùbito dopo il post di ieri, apprendo che la Corte Costituzionale ha bocciato il Lodo Schifani, che prevedeva l'immunità per le più alte cariche dello Stato, per incostituzionalità. Esso violerebbe infatti il principio di eguaglianza e il diritto di ciascuno di dimostrare la propria innocenza.
Ripartirà così il processo Sme, che vede Berlusconi imputato e che nel 2007 passerà in prescrizione. Forza Italia "sentenzia": "è una sentenza politica!". Ed è bellissima la vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera: Berlusconi avvilito che esclama: "E pensare che avevo fatto tutto per Ciampi!".
Ma dunque ora che succederà? Ce la farà il "nostro supereroe" a trovare qualche altro éscamotage per rinviare le udienze fino al 2007? E intanto noi che faremo? Non organizzeremo una bella manifestazione di massa, come avveniva qualche anno fa?
L'unica soddisfazione per il momento è che questi finti legulei abbiano trovato di fronte a loro un bel Minosse, che sa cos'è la giustizia ed è pronto a mandare il nostro capo di governo là dove merita, e precisamente nella quinta bolgia dell'VIII cerchio, cioè fra i barattieri!