Enzo Biagi
Il mio viaggio alla riscoperta di un Dante tanto vicino a noi per l'insistenza su temi quali la corruzione politica, il prevalere dell'individualismo, l'attaccamento alla moneta ed il consumismo, ha avuto inizio in questo blog da un evento preciso: l'esilio. Il dolore della lontananza dalla sua Firenze, la rabbia dell'esclusione dalla sua cerchia di amicizie e dai suoi interessi hanno certo accentuato nel nostro quel bisogno di ricerca di una vera felicità, data dall'esercizio della morale e dalla fede nella spiritualità, che è il fine dichiarato della Divina Commedia, e le hanno conferito quel carattere di opera profetica ed eterna che i grandi dolori sanno spesso imprimere alle creazioni degli uomini.
Era il 1301. Dante aveva già terminato il suo priorato ed era uno dei personaggi più autorevoli del partito dei Guelfi Bianchi, al governo in Firenze, i quali intendevano salvaguardare l'autonomia del Comune contro le ingerenze esterne, vuoi di papa Bonifacio VIII vuoi degli Angioini. Proprio per placare l'eccessivo attrito che si era creato fra il pontefice e Firenze, in ottobre Dante fu inviato come ambasciatore di pace presso la Curia romana.
Nel frattempo successe l'irreparabile.
Carlo di Valois, fratello di Filippo il Bello di Francia, era entrato a Firenze, chiamato proprio da Bonifacio con lo scopo segreto di favorire i Neri, che così ripresero il potere nella città. Iniziarono i processi contro i Bianchi, accusati di ghibellinismo, vale a dire di opposizione al papato, e di baratteria, cioè di frode nell'amministrazione dello stato. Il 27 gennaio 1302 Dante venne condannato ad una multa di 5000 fiorini ed al confino per due anni fuori della Toscana; il 10 marzo, poiché non si era presentato a Firenze, fu pronunciata la sua condanna a morte. Dante non sarebbe mai più tornato in Firenze.
La situazione oggi non è poi così diversa. Cambia il Governo e improvvisamente chi da anni esercitava con dignità la sua professione anche in un ambiente, quello televisivo, che gli aveva regalato una notorietà non effimera come quella di tanti artisti improvvisati, ma alimentata da anni di studi faticosi e di esperienza, non può più metter piede nel suo ambiente di lavoro, ma anche di vita, visto che si parla di chi ha dedicato la sua vita al giornalismo. Quel che fa più male non è tanto la soppressione di un programma, quanto l'umiliazione inflitta ad una delle poche voci mature ed autorevoli della nostra nazione.
Sulla base di queste idee ho pensato che non fosse inutile sottoscrivere l'appello al Presidente della Repubblica per la nomina a senatore a vita di Enzo Biagi. Certo non è come rivederlo in TV, non ha lo stesso senso di vittoria contro questa oppressione da regime. E' solo un modo per manifestare affetto e solidarietà ad un nostro contemporaneo, perché non si possa dire di lui quel che alcuni posteri hanno affermato di Dante: "morì incompreso, come poeta e come uomo. Politico scomodo per tutti, nella sua militanza faceva (...) parte per se stesso (...) Non era altro che un intellettuale prestigioso, da tollerare e da usare come fiore all'occhiello. In sostanza, agli occhi del mondo, un sognatore fallito" (Guglielmo Gorni, sull'Agenda letteraria di Dante Alighieri 2004). Forse fallito nelle sue aspettative si sentì veramente Dante, quando rifiutò di essere incoronato con l'alloro a Bologna, perché sperava invano che i suoi concittadini lo avrebbero richiamato nella sua città ed onorato come meritava. E allora è bene dare il proprio tributo ai grandi del passato, ma senza dimenticare le importanti figure dei contemporanei...
E poiché si tratta di difendere la professionalità e l'arte del giornalismo, ma anche di qualunque altra arte, nella stessa pagina si trova anche un appello del maestro Claudio Abbado affinché il canale europeo ARTE, dedicato alla cultura e privo di pubblicità, non sia più escluso dai teleschermi italiani.
Credo abbia un altro sapore che votare per il Grande Fratello...
Suicidi per disonore
Negli ultimi giorni ho visto che in tanti hanno dedicato post ad un grande personaggio dello sport. Io sono un po' lenta e impiego tempo per elaborare le mie sensazioni. Oggi vorrei dedicargli la storia di un uomo, tratta dal XIII canto dell'Inferno.
La selva dei suicidi, un luogo in cui la natura è una non-natura (Inferno, c. XIII, vv. 4-6):
non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:
Un luogo di negazione e di assenza, dove "le brutte Arpìe lor nidi fanno" (v. 10), le Arpìe (uccelli dal volto di donna o donne dal corpo di uccello?) che "ali hanno late, e colli e visi umani/ piè con artigli, e pennuto il gran ventre/ fanno lamenti in su li alberi strani" (vv.13-14)
Sono strani questi alberi, perché sembrano emettere lamenti. Dante incredulo guarda verso Virgilio per manifestargli una tacita richiesta di aiuto... "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse/ che tante voci uscisser da quei bronchi/ da gente che per noi si nascondesse" (vv. 25-26). La stranezza, l'equivoco, l'incomprensione: ecco l'atmosfera che regna in questo paesaggio stravolto.
Perché non è vero che nei tronchi si nascondono esseri umani, o meglio anime. No, i tronchi sono essi stessi anime, e Dante è costretto ad accorgersene quando spezza un ramoscello da un gran pruno (vv.33-39)
e 'l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?"
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi:
ben dovrebbe'esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi".
E "parole e sangue" escono così insieme dal ramo spezzato, che "geme" come un tizzone acceso a contatto con l'umidità che si libera dal legno. E persino le parole scelte da Dante, schiante, scerpi, sterpi, serpi (che si dovrebbero pronunciare con lentezza ed indugiando sul suono s), sembrano riprodurre lo sfrigolìo del legno che brucia.
La stessa scena è descritta nell'Eneide da Virgilio, nell'episodio di Polidoro. Ma a Dante non interessa tanto il prodigio dell'uomo trasformato in pianta per aver volontariamente rinunciato al suo corpo. E' la storia che segue il vero dramma, il dramma di un'anima, ma soprattutto di un uomo.
L'anima trasformata in pruno è quella di Pier della Vigna, colui che tenne "ambo le chiavi del cor di Federico" (vv. 58-59), fu cioè ministro e consigliere di Federico II di Svevia. Ma poi, a causa della "meretrice" (v. 64) che non abbandona mai le case dei potenti, cioè l'invidia, fu accusato di tradimento, incarcerato e crudelmente accecato con un ferro arroventato. Dopo di ciò si tolse la vita.
Ecco come quest'uomo spiega le ragioni del suo gesto (vv. 70-78):
"L'animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno
ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nove radici d'esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d'onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che 'nvidia le diede".
Quest'uomo innocente era stato privato di ciò che per lui era più importante: l'onore e la reputazione di onesto funzionario al servizio di un grande imperatore. E' proprio quel che mi è capitato di leggere in un commento ad un post di puskas. Se nella vita si punta tutto su qualcosa, che può essere la bicicletta, la propria professione, uno strumento musicale, e poi proprio su quella cosa che ci è cara veniamo infangati e atterrati, non siamo certo deboli, ma solo sensibili, se perdiamo entusiasmo per tutto il resto e non vediamo più via d'uscita.
E così può prenderci quel "disdegnoso gusto", quel doloroso desiderio di toglierci di mezzo, e di evitare il disonore con la morte. E peggio per noi se, uccidendo noi stessi, uccidiamo un innocente, rendendoci, come Pier della Vigna, ingiusti contro noi stessi giusti. Evidentemente c'è chi per invidia, accanimento o gusto dello scandalo ci ha fatto perdere ogni possibilità di recupero della nostra immagine e dignità.
La conclusione non ci può essere. Non ci sono parole di conforto. Soltanto la volontà di riuscire a non attaccare gli altri, a non infangare chi ci sta intorno, a non uccidere a colpi di parole che, come pietre, isolate non possono nulla, ma tutte insieme possono portare alla morte.
Lettura
Oggi preferisco dedicarmi a leggere piuttosto che a scrivere, anche perché ho trovato un sito in cui è citato Dante (con la sua apostrofe all'Italia) ed appaiono alcune guide spirituali, come Beppe Grillo e Alex Zanotelli. Mi sembra una buona occasione per riflettere... no?
Beppe Grillo
Un post per far sapere che ho aggiunto Beppe Grillo (vedi il caso Parmalat e il Crepuscolo dell'Italia) a quelle che ritengo essere le guide spirituali di questi nostri tempi.
Cosa c'entra con Dante? Ebbene, qualche analogia c'è.
Come l'antico poeta si definiva "Fiorentino per nascita, non per costumi" (Epistola XIII a Cangrande della Scala), così il moderno comico potrebbe dirsi non italiano, non certo per disprezzo verso la nostra nazione, ma per la rabbia nei confronti di ciò che essa sta diventando, in quest'epoca "accidiosa" e indifferente in cui, inebetiti da una televisione che sembra studiata per l'immobilità della nostra mente e da giornali che girano intorno alle notizie, noi non capiamo ciò che succede o, se capiamo, ci facciamo scivolare addosso le informazioni sulle morti in guerra, sull'inquinamento che provoca il cancro, sulla disoccupazione, sulla mancanza di case e, in assoluto contrasto con questo drammatico scenario, subiamo le leggi che giovano ad uno solo degli Italiani e che dovrebbero indurci ad una violenta opposizione.
Come Dante definiva la sua opera "commedia" per il lieto fine e per il linguaggio umile (il volgare nel 1200 era usato solo per la letteratura minore, destinata ad un pubblico meno colto), così Grillo usa il riso per redarguire e per svegliare le coscienze, perché, come si diceva della satira anticamente, "castigat ridendo mores", cioè con il ridere punisce i comportamenti immorali.
Come l'esule di un tempo poteva togliersi la soddisfazione di sottoporre al premio o alla pena eterna persino i suoi contemporanei, così il solitario di oggi non teme di far nomi nelle sue battaglie, accettando con orgoglio l'esilio dai mezzi di informazione più in vista, ben sapendo che tra la folla nei teatri il suo messaggio non si perderà, perché "trasmetterà intelligenza".
C'è una canzone, tra le Rime di Dante, è la CIV, Tre donne intorno al cor mi son venute, scritta nei primi anni dell'esilio, verso il 1302, nella quale si immagina che appaiano nel cuore del poeta, dove siede Amore, tre donne, belle, ma ciascuna "dolente e sbigottita/ come persona discacciata e stanca,/ cui tutta gente manca/ e cui vertute né beltà non vale." Un tempo furono care a tanti, "or sono a tutti in ira ed in non cale". Sono "Drittura", cioè la giustizia, e le sue figlie, il diritto divino, o universale, e quello umano, delle singole genti. Rinnegate queste, anche le loro parenti Larghezza e Temperanza, cioè la generosità verso gli altri e la moderazione verso se stessi, "vanno mendicando" sono cioè abbandonate e trascurate.
Ma Dante non dispera:
ché, se noi siamo or punti,
noi pur saremo, e pur tornerà gente
che questo dardo farà star lucente. (1)
E io, che ascolto, nel parlar divino,
consolarsi e dolersi
così alti dispersi,
l'esilio che m'è dato, onor mi tegno. (2)
(1) Anche se oggi siamo offesi, noi saremo sempre, resteremo cioè integri ed immortali, e tornerà una generazione che renderà di nuovo lucente il dardo dell'amore, inteso come tendenza alla giustizia ed al ben operare.
(2) E io che ascolto il dio Amore parlare con esuli (dispersi) di così alta dignità morale, come la giustizia ed il diritto, considero (mi tegno) l'esilio che mi è imposto come un onore.
Ed io penso che sia un onore per uomini dello spettacolo come Grillo non essere nella TV serva di Socci, o demenziale del Grande Fratello o insulsa delle fiction. E credo che sia venuto il momento di cercare un'informazione veramente alternativa, come www.disinformazione.it, cunegonda, bloggerdipace, bloggerdiguerra e tanti altri, un'informazione che arricchisca la mente perché, come fino al 1800 si impediva agli schiavi di imparare a leggere, così oggi si impedisce a tutti noi di informarci e di capire sul serio il mondo in cui viviamo.
Numeri
Visto il fascino che esercita la numerologia in Dante, "forse potrei" suggerirvi questo sito sulle simmetrie esoteriche nella Divina Commedia, dove c'è anche l'interpretazione suggerita da kickinside, che io non conoscevo.
Ritengo però importante una precisazione. Io credo che tutti gli studi che ricercano simmetrie arcane nella Divina Commedia abbiano senso soltanto quando, come nel caso di Sermonti, se ne scorge il significato morale. Dote insuperabile di Dante è infatti quella di "estrarre dalla lingua tutte le possibilità sonore ed emozionali e di evocazione dei sentimenti, catturare nel verso il mondo in tutta la varietà dei suoi livelli e delle sue forme e dei suoi attributi, trasmettere il senso che il mondo è organizzato in un sistema, in un ordine, in una gerarchia dove tutto trova il suo posto" (Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio). Tutto questo però ha un senso: definire le tappe e la direzione di un percorso etico che ha come punto d'arrivo la liberazione di se stesso e dell'umanità in generale dal male e l'approdo a Dio. Questo è per me la Divina Commedia.
E a proposito di percorso morale, questa volta tutto terreno, "forse potrei" ancora suggerirvi la "umana commedia" di Giovanni Boccaccio, il Decamerone, o forse dovremmo dire oggi il Pentadecone, argomento trattato in un già interessante e ricco blog, e in un modo che mi permetto di definire in sintonia con il mio, se non per la ben maggiore maturità d'espressione che traspare dalle parole del "maestro" stigli-barbabianca! Buona lettura e buon fine settimana!
Venerdì 13
Sapete perché il 13 porta sfortuna? Io azzardo un’ipotesi, sempre sulla scia delle considerazioni di Vittorio Sermonti, che studia l’allegoria dei numeri in Dante non in modo sterile, ma sempre cercando di capire il significato morale di ogni scelta del poeta.
Bisogna ritornare ai superbi del I girone del Purgatorio, quelli che vanno in giro piegati dal peso dei macigni che portano sulle spalle, mentre guardano istoriati sul pavimento esempi di superbia punita, tra cui quello di Aracne (se Bartleby ricorda...).
Ebbene, ecco come Dante stesso descrive quelle immagini (Purgatorio, canto XII, vv. 25-63).
Vedea colui che fu nobil creato
più ch'altra creatura, giù dal cielo
folgoreggiando scender, da l'un lato.
Vedea Briareo fitto dal telo
celestial giacer, da l'altra parte,
grave a la terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra d'i Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi fuoro.
O Niobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti.
O Saùl, come in su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentì pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sì vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
de l'opera che mal per te si fé.
O Roboàm, già non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre fè caro
parer lo sventurato addornamento.
Mostrava come i figli si gittaro
sovra Sennacherìb dentro dal tempio,
e come, morto lui, quivi il lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che fè Tamiri, quando disse a Ciro:
"Sangue sitisti, e io di sangue t'empio".
Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
Vedea Troia in cenere e in caverne;
o Iliòn, come te basso e vile
mostrava il segno che lì si discerne.
A questo punto potrei mettere una nota per ognuno di questi personaggi per spiegare chi siano; ma verrebbe fuori un post così lungo che secondo me venite qui a picchiarmi oppure più semplicemente cancellate per sempre il mio link dai vostri blog!
No, quel che interessa notare qui è che Dante usa all'inizio di ciascuna terzina tre parole: “vedea”, “o”, “mostrava”, e le ripete per quattro volte ciascuna. Il 3 è un numero simbolico che designa le virtù teologali, fede, speranza e carità, e rappresenta la trinità e l’eternità della forza creativa (perché da due nasce un terzo...). Il 4 indica invece le virtù cardinali, giustizia, prudenza, forza e temperanza e allude alla stabilità delle cose create. Dunque 3 X 4 = 12, che è numero perfetto, perché rappresenta l’unione tra la virtù umana, che si basa sulla ragione, e quella divina, animata dallo Spirito, tra la felicità in questa vita e la beatitudine eterna.
Finora le visioni sono dodici. Ma c’è ancora una terzina da considerare: la tredicesima ed ultima, i cui tre versi iniziano rispettivamente con le parole “vedea”, “o”, “mostrava”. Le iniziali di questi tre termini formano l’acrostico VOM. Poiché nel latino classico e nel medioevo il segno maiuscolo V indicava anche la lettera u, la parola che vien fuori è UOM: l’uomo superbo, l’uomo il cui nome figura nella tredicesima ed ultima delle visioni di superbia, la superbia associata dunque al numero tredici, il numero che viene a rompere l’equilibrio perfetto del dodici, creando un elemento di disturbo.
E la superbia non era forse già per i Greci la übris, la tracotanza, la pretesa di modificare l’ordine che gli dèi hanno assegnato al mondo, punita nelle tragedie di Eschilo?
Ecco un possibile motivo per cui si dice che il 13 porti male, così come il 17, numero che turba la perfezione del 16, che è la stabilità del 4 moltiplicata per se stessa. Questi numeri rappresentano infatti il turbamento dell’ordine e dell’armonia, il tradimento dell’uomo nei confronti del creato, la distruzione di tutto ciò che è stabile...
Chi lo avrebbe detto fino a un po’ di tempo fa guardando il calendario?
Ieri ho ricevuto un bel regalo: l'agenda letteraria dedicata a Dante Alighieri! E' molto ricca di informazioni e comprende un'antologia di giudizi e commenti di letterati di tutte le epoche sul nostro poeta. Ho deciso che ogni tanto ne riporterò qualcuno, così, giusto per alimentare questo "dialogo tra generazioni".
Comincio da questo, che definirei del genere...
...Come sentirsi dei novellini!
Giosuè Carducci, Carte inedite
A 11 anni presi l'Allighieri, lessi in un giorno
(e mi ricordo era una domenica d'estate)
tutto l'Inferno: intesi poco, ma quella dura
e muscolosa espression di verso mi rapiva.
Bartleby, forse neanche tu arriveresti a tanto!
Che dire: geni d'altri tempi... di quando non c'era la televisione, diciamo noi invidiosi!
Intervista a Dante.
Ho trovato, sempre grazie al blog di stigli-barbabianca, un'originalissima intervista ad un ipotetico Dante vivente ai nostri giorni, immaginata da Giuseppe De Rita sul tema "Il crescente dualismo tra dimensione globale e locale". Non c'è in essa il pericolo di deformare il pensiero di Dante, perché tutte le risposte del Fiorentino sono tratte dalle sue stesse opere, specialmente dal Convivio e dalla Monarchia.
Ho deciso di riassumerne il contenuto, aggiungendovi le mie riflessioni, perché la voglia di cercare risposte ai problemi odierni in un poeta del 1200 mi è parsa l'ennesimo segnale del valore veramente eterno della sua opera. Sono certa che un giorno una lezione di questo tipo svolta in classe potrà piacere e servire molto ai miei futuri alunni.
Dunque cominciamo...
La prima domanda riguarda il fine del vivere in una società civile e già la risposta mi colpisce per la sua immediatezza: scopo dell'umanità è vivere felicemente e, poiché nessuno può ottenere la felicità da solo, l'uomo ha bisogno di vivere in società: necessita di una famiglia e di una casa, ma una sola casa non basta a soddisfare tutti i suoi bisogni, ci vuole per questo una città; ogni città intrattiene relazioni con le altre: sorgono così le nazioni.
Ogni nazione deve darsi un'organizzazione politica, deve diventare un regno, oggi più spesso una repubblica. Come è possibile però evitare che tra uno stato e l'altro sorgano guerre, che causano dolori enormi agli uomini, impedendo la loro felicità? Le discordie, dice Dante, sono dovute all'enorme sete di potere e di ricchezza dell'uomo. La soluzione a questi contrasti è sempre stata per Dante l'idea dell'Impero universale: affidare ad un unico principe il governo di tutti i regni e la tutela della felicità e della pace fra gli uomini.
Questa idea, che si giustifica come rimedio all'eccessivo particolarismo che scatenava conflitti tra le varie città dell'Italia all'epoca di Dante, potrebbe invece oggi apparire assurda, almeno ad una prima impressione . Mi è venuto infatti in mente per un attimo il ruolo degli Stati Uniti, che aspirerebbero effettivamente a controllare l'intero pianeta. Ma in nome di che cosa, se non del profitto economico? Allora Dante sarebbe pro-globalizzazione? Ebbene non credo, non nei suoi aspetti economici almeno. L'opposizione alle velleità statunitensi arriva infatti, già tanti secoli prima, proprio da questo lungimirante poeta e uomo politico. Come si può riconoscere infatti se un governo opera rettamente? "E' necessario osservare che contraria alla giustizia è la cupidigia" dice il nostro, "il Monarca è fra i mortali del tutto immune da cupidigia", quella cupidigia raffigurata nell'Inferno dalla lupa che "dopo il pasto ha più fame che pria" (Inferno, canto I, v.99).
L'idea dell'autorità unica e al tempo stesso non avida appare troppo idealistica? Non così tanto, se pensiamo a quel che sottolinea Giuseppe De Rita, seppur "per bocca" di Dante. Anche noi abbiamo sentito, dopo la seconda guerra mondiale, la necessità di un organismo sovranazionale come l'ONU, che garantisse la pace attraverso il superamento, o meglio una mediazione fra gli interessi particolari dei singoli stati. Ma ciò non è servito a far scomparire le guerre. Sembra strano che oggi, con la possibilità di comunicare e viaggiare così facilmente, le ostilità e le diffidenze fra popoli diversi non siano affatto diminuite, ma si siano inasprite, portando a blocchi opposti di ideologie. Forse perché quell'unico monarca che, agli occhi di Dante, non doveva affatto appiattire le differenze e le esigenze delle diverse "municipalità", le quali potevano continuare a regolarsi autonomamente (come si auspica oggi), ebbene quel sovrano, che altro non è se non un simbolo di coesione in nome dei valori universali dell'uomo -la felicità innanzitutto-, oggi è impersonato da null'altro che dal potere economico, l'unico che a quanto pare può dare la felicità. Mentre l'ideale dell'Impero universale di Dante si potrebbe paragonare forse ad una globalizzazione ideologica, non economica, ad una comunanza di intenti, non certo ad accumulo di profitto.
Ci sarebbe tant'altro da scrivere sul pensiero politico di Dante, sul confronto tra autorità imperiale ed ecclesiastica, ma ogni cosa a suo tempo. A chi vuole documentarsi consiglio ancora la lettura integrale dell'intervista di Giuseppe De Rita.
Buona giornata!
Matelda (grazie, stigli!)
Matelda abita nel Paradiso terrestre, luogo in cui giungono le anime che si sono purificate, percorrendo i sette gironi del colle Purgatorio. Lì scorrono le acque di due fiumi, il Letè che, come già per gli antichi poeti, cancella il ricordo dei peccati commessi in vita, e l'Eunoè (un neologismo di Dante, che in greco vuol dire buona -eu- mente -noè-), che fa ritornare alla memoria le buone azioni compiute, facendoci prendere coscienza, come afferma il nostro Sermonti, del "meglio di noi". Una volta immerse in queste acque, le anime dei penitenti saranno finalmente beate, "pure e disposte a salire a le stelle" (Purgatorio, canto XXXIII, v. 145), ad entrare cioè nel Paradiso.
Matelda ha il compito di favorire questa immersione e di presiedere al rituale della purificazione. E' immagine della felicità in questa vita, che è rappresentata dal Paradiso terrestre e che si ottiene attraverso le virtù morali ed intellettuali. E per giunta è anche bella! Guardiamola con gli occhi di Dante (Purgatorio, canto XXVIII, vv. 40-51):
Dante si trova nell'Eden e vede
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond'era pinta tutta la sua via.
"Deh, bella donna, che a' raggi d'amore
ti scaldi, s'i' vo' credere a'sembianti
che soglion esser testimon del core,
vegnati in voglia di trarreti avanti"
diss'io a lei "verso questa rivera,
tanto ch'io possa intender che tu canti.
Tu mi fai rimembrar dove e qual era
Proserpina nel tempo che perdette
la madre lei, ed ella primavera".
Insomma questa donna, che va cantando e cogliendo fiori e che sembra scaldarsi ai raggi dell'amore, poiché i suoi "sembianti", gli occhi e l' espressione, sono "testimonianza" del suo cuore, ricorda a Dante la primavera, raffigurata nella dea Proserpina, che fu rapita alla madre Cerere dal dio dell'oltretomba Plutone. Il pellegrino le chiede di accostarsi ed ella si avvicina alla riva del fiume a passo di danza e spiega il motivo della sua felicità, citando il salmo 91, Delectasti, che canta l'esultanza per le bellezze del creato.
Poi Matelda illustra a Dante la natura del Paradiso terrestre, lo avverte della presenza dei due fiumi, assiste con lui ad una serie di visioni celestiali e presiede nientemeno che all'incontro fra Dante e Beatrice!
Non sappiamo chi sia realmente Matelda, il cui nome verrà svelato solo nel XXXIII del Purgatorio: sarà un personaggio storico (e si va dall'ipotesi che si tratti della contessa Matilde di Canossa che, durante la lotta per le investiture, verso la fine dell'XI secolo, appoggiò il papa Gregorio VII contro l'imperatore Enrico IV, all'idea che fosse semplicemente una delle affascinanti donne a cui i poeti stilnovisti, Dante e Guido Cavalcanti su tutti, dedicavano i loro versi) o piuttosto un simbolo (letto al contrario Matelda si pronuncia ad laetam -con il dittongo = colei che conduce alla "lieta", cioè a Beatrice, oppure ad letam = colei che porta alle acque del Lete)?
Naturalmente tutto questo non importa. Quel che mi piace di lei è la capacità di unire la sua forza di guida morale, come quando sostiene Dante, immerso nel fiume Leté, dicendogli: "Tiemmi, tiemmi!" (canto XXXI v.93) a quella leggerezza che la contraddistingue (e mi piacerebbe che a questo si riferisse il caro stigli che, se vuole, è invitato a dire qualcosa in più su di lei, o magari a correggere...) e che riesce a conservare in ogni momento, quando si muove, quando canta, e persino quando spiega.
Scopo della Divina Commedia e ben più modesto scopo del mio blog.
Ora che ho contemplato tutti i sette peccati di incontinenza, quelli puniti nei primi cinque cerchi dell'Inferno, peccati che a tutti noi tocca commettere ogni giorno per la facilità con cui vi si cade, perché non richiedono un'azione violenta o maliziosa come quelli puniti più giù, ma scaturiscono semplicemente dalla nostra debolezza, mentre noi neanche ce ne rendiamo conto, ora dunque posso tirare un po' le somme su questo blog e capire se mi ha giovato o meno.
Parto come al solito da Dante. Perché ha scritto la Commedia? Il suo non è certo sfoggio di cultura né semplicemente l'ambizioso progetto di un letterato con passioni politiche. Piuttosto Dante, lo dice anche Sermonti, quando scrive la Commedia sembra veramente ispirato. Per me, e forse anche per altri, testo sacro non è soltanto la Bibbia, o il Corano o i libri base di ogni religione. Ogni opera che scaturisca da un'ispirazione spirituale e serva agli uomini a migliorare moralmente e ad aspirare al divino in senso lato è sacra scrittura. Dante aveva uno scopo quando scrisse la Divina Commedia; lo dichiarò nella famosa Epistola XIII all'amico Cangrande della Scala; lo scrivo in latino perché così è il testo originale: removere viventes in hac vita de statu miseriae et perducere ad statum felicitatis. Chiaro no?
"Allontanare i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità".
Devo dire che nel mio caso ci è riuscito. E naturalmente non solo nel mio visto l'interesse che Dante suscita ancor oggi, perché secondo la definizione di Calvino "un classico è un libro che non ha ancora finito di dire ciò che aveva intenzione di dire".
Davvero, se non fosse per il fatto che ricado sempre nelle mie debolezze, in questi ultimi mesi di lettura assidua della Commedia io potrei quasi dire di sentirmi migliore. Perché?
1) Scrivere e avere dei lettori mi ha restituito autostima.
2) Analizzare con attenzione peccati antichi e moderni come la sete di possedere, la voglia di primeggiare, la paura di non farcela a vivere, ecc. (perché questo si cela sotto i sette vizi), mi ha aiutato a riconoscerli più facilmente e a tenerli un po' di più a bada.
Sto più attenta ad ogni mia azione insomma, anche se, quando meno te lo aspetti, l' errore è lì e, zac!, ci sei caduto: hai detto una parola velenosa di troppo, ti sei sentito superiore a qualcuno, hai mentalmente, o nei fatti, mandato a quel paese qualcun altro, te ne sei fregato di una richiesta, hai sbuffato quando ti sottraevano tempo, e così via. Ma non importa, "il cuore dell'uomo è un campo di battaglia sul quale combattono Dio e il diavolo", lo diceva ancora lui, Dostoevskij, vero, caro esmivida? (ti sto "viziando", è la seconda volta consecutiva che ti cito!
).
Un'ultima cosa: spesso mi sono lamentata con me stessa, perché tra i miei propositi e le mie azioni c'è veramente un abisso. Ma ho pensato che non importa. Forse adesso, grazie a tutte queste letture, queste nuove informazioni sul mondo, si può dire che sia venuto il momento della consapevolezza; chi sa che un giorno non arrivi, senza farsi annunciare, quello dell'azione!