... e quindi uscimmo a riveder le stelle

Blog dedicato a Dante Alighieri, con sintesi biografiche, passi di opere e commenti.
domenica, 29 agosto 2004

Dedicato a...

In questo periodo di profondi cambiamenti mi è venuto in mente il canto dottrinale del Purgatorio, il XXV, in cui si affronta il tema della generazione dell'uomo (i canti dottrinali sono il XVI, XVII, XVIII e XXV).
A "far lezione" è il poeta latino Stazio, che si è unito al pellegrino Dante ed al maestro Virgilio, in quanto, completato il periodo di espiazione assegnatogli, si appresta a risalire il colle del Purgatorio per raggiungere il Paradiso.
La dissertazione scaturisce da una curiosità di Dante, che, uscito dal girone dei golosi (il sesto e penultimo del Purgatorio) si chiede come è possibile che le anime appena incontrate, pur essendo incorporee, siano rese magre e scarnite dal digiuno, pena loro riservata.
Stazio, prima ancora di rispondere alla domanda, preferisce chiarire i rapporti tra anima e corpo, o meglio tra anima vegetativa, anima sensitiva e intelletto possibile, spiegando come queste abbiano origine dopo il concepimento.

Nelle sua lezione non si parla certo di DNA, di spermatozoi e ovuli, di stadi dello sviluppo embrionale, e di quant'altro la scienza oggi ci concede di conoscere, ma ciò che conta è la passione con cui Dante-Stazio affronta un tema caro sia alla medicina che alla filosofia medievali.
E' necessario premettere che gli antichi non conoscevano le cellule seminali ed attribuivano la facoltà di procreare al sangue.
Purgatorio, canto XXV, vv. 37-45):

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l'assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,
prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch'a farsi quelle per le vene vane.
Ancor digesto, scende ov'è più bello
tacer che dire
; e quindi poscia geme
sovr'altrui sangue in natural vasello.

In ogni uomo vi è una parte di sangue che non è destinato a portare nutrimento agli organi attraverso le vene, ma, puro e perfetto, come un alimento portato via intatto dalla tavola, riceve nel cuore la virtù informativa, la capacità cioè di dar forma alle membra umane. Trasformato in liquido seminale, scende nei testicoli, che il pudico Dante preferisce non nominare, per poi unirsi al sangue femminile nell'utero materno. Il sangue-seme machile rappresenta, per così dire, il patrimonio genetico che si trasmetterà al nascituro, mentre il sangue femminile, secondo la medicina medievale, si limita a fornire la materia non formata e il nutrimento.
Una volta che si è formato un coagulo tra sangue paterno e materno, spiega Stazio (vv. 52-57)...

...Anima fatta la virtute attiva
qual d'una pianta, in tanto differente,
che questa è in via e quella è già a riva,
tanto ovra ppoi, che già si move e sente,
come fungo marino; e indi imprende
ad organar le posse ond'è semente.

La virtù attiva, o informativa, diventa anima, ma anima vegetativa, che differisce da quella delle piante per il solo fatto che rappresenta il primo stadio dello sviluppo embrionale, mentre nei vegetali è già il punto d'arrivo.
L'anima comincia prima ad operare in modo da muoversi e sentire, ma in modo elementare, come un semplicissimo animale marino, un mollusco o una spugna, poi dà forma agli organi preposti alle facoltà (posse) di cui essa è principio vitale: è diventata anima sensitiva, che l'essere umano ha in comune con gli animali.
Ma come d'animal divegna fante (v. 61), cioè parlante (da fateor), cioè uomo, ecco il punto più difficile (vv.67-75):

Apri a la verità che viene il petto;
e sappi che, sì tosto come al feto
l'articular del cerebro è perfetto,
(a quanto ne so io, al terzo mese...)
lo motor primo a lui si volge lieto
sovra tant'arte di natura, e spira
spirito nuovo, di vertù repleto,
che ciò che trova attivo quivi, tira
in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,
che vive e sente e sé in sé rigira.


L'origine dell'anima razionale non dipende più dalla virtù informativa insita nell'essere umano, ma da Dio, lo motor primo, che infonde nel feto uno spirito nuovo, appena creato, pieno di virtù, che contiene cioè tutti i concetti universali, selezionando ed elaborando i quali, l'uomo è in grado di conoscere e capire: questa facoltà razionale è detta anche intelletto possibile.
L'intelletto assimila a sé tutto ciò che trova attivo, cioè l'anima vegetativa e quella sensitiva, in modo che le tre facoltà diventano un'anima sola, che vegeta (vive), percepisce (sente) ed ha coscienza di sé (sé in sé rigira).

E per concludere la sua dissertazione con un tocco di poesia, Stazio aggiunge (vv. 76-78):

E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sol che si fa vino,
giunto a l'omor che de la vite cola.

Perché non ti meravigli l'idea che uno spirito divino, incorporeo, possa fondersi con la natura fisica dell'uomo, dando origine all'anima, pensa al calore del sole che, pur immateriale, si fonde con l'umore che trasuda dalla vite, trasformandolo in vino.

Con la sua spiegazione, Stazio ha anche risolto il dubbio iniziale di Dante: se infatti le tre anime, vegetativa, sensitiva e intellettiva, costituiscono un'unità inscindibile, è chiaro che le sensazioni, i desideri, i patimenti provati dall'intelletto delle anime nell'aldilà si ripercuotono sulle funzioni fisiche, attutite certo, ma non del tutto sopite, ed ecco che dunque la fame può tradursi in reale dimagrimento. E se qualcuno obietta che dopo la morte le anime comunque non si nutrono, Sermonti è pronto a chiosare: "anche i corpi d'aria dei penitenti patiscono di affezioni psicosomatiche".

Che la spiegazione di Stazio-Dante convinca o no, che preferiamo attenerci alla scienza medica o immaginare un intervento dello spirito divino all'origine della vita, io, sarà che sono particolarmente interessata, ho trovato affascinante pensare che, ad un certo punto dello sviluppo embrionale, un soffio divino instilli in tutti noi quella capacità di pensare, gioire, soffrire, che resta il più grande mistero della natura umana, mistero su cui si sono interrogati medici e filosofi d'ogni tempo.








































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