Schieramenti pseudo-politici
...Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.
Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio...
Così diceva Gaber in una sua celebre canzone (per il testo completo vai qui), e io credo che in fondo gli schieramenti politici di tutti i tempi abbiano spesso avuto origine da ragioni pratiche o personali piuttosto che da puri ideali.
Grazie a Indro Montanelli (Dante e il suo secolo, 1964, oggi in edizione Rizzoli), ho scoperto ad esempio fino a che punto la tradizionale distinzione tra Guelfi e Ghibellini che contrassegna l'Italia del 1200 non fosse poi tanto ideologica, ma dettata da fattori ben più pratici, prevalentemente economici.
I due partiti, guelfo e ghibellino, sorsero in Germania nel 1125, quando, alla morte di Enrico V, scoppiò la lotta per la successione al trono e i nobili si divisero nelle fazioni dei Guelfi, che presero il nome da Welf, capostipite della casa di Baviera, che essi sostenevano, e dei Ghibellini, dal castello di Weibligen, appartenente alla opposta famiglia di Svevia.
Quando Federico II di Svevia, che già possedeva il Regno di Sicilia, cioè l’intera Italia meridionale, cercò di sottomettere il Papato e i Comuni dell'Italia settentrionale, questi ultimi unirono le forze contro di lui. Così Ghibellini si dissero, anche in Italia, i sostenitori dell'Imperatore, mentre i Guelfi furono i fautori al tempo stesso della Chiesa e dell'indipendenza comunale.
Con la morte di Corradino, nipote di Federico II, nel 1268, la casa di Svevia si estinse, e la distinzione fra guelfi e ghibellini non aveva più ragion d'essere, ma ormai i due termini erano stati fatti propri dalle varie città toscane che, in nome della fedeltà al papa o all'imperatore, combattevano le loro lotte personali.
Con la sanguinosa battaglia di Campaldino, alla quale nel 1289 partecipò anche Dante, i guelfi di Firenze sconfissero i ghibellini di Arezzo e diedero inizio alla loro supremazia sui comuni della Toscana.
Ma perché e da quando Firenze era guelfa? E' necessario fare un salto indietro.
L'organizzazione politica del Comune di Firenze risale al XII secolo. Il potere esecutivo spettava ai quattro Consoli, affiancati da un Consiglio dei Cento, composto dai nobili della città, ex vassalli imperiali, proprietari terrieri, esenti dalle tasse.
Per contrastare questo governo oligarchico, il popolo fiorentino si organizzò in corporazioni di mestiere, dette Arti, divise in "maggiori" e "minori". Le prime erano sette ed erano formate per lo più da professionisti e commercianti, più ricchi, che costituivano il "popolo grasso". Le minori, quattordici, erano rappresentative dei mestieri più umili e formavano il "popolo minuto".
Le Arti, per darsi un'identità politica, si proclamarono guelfe: non perché sostenessero il papa, ma semplicemente perché intendevano cacciare i nobili ghibellini ed avere il potere. E infatti, dopo la morte di Federico II, i nobili furono banditi, ed il popolo grasso, formato da mercanti, banchieri, industriali, i nuovi capitalisti, restò padrone della città. Con la battaglia di Montaperti del 1260, ricordata da Farinata degli Uberti, i Ghibellini tornarono momentaneamente al potere, ma pochi anni dopo furono di nuovo e definitivamente cacciati dalla città.
Firenze si diede una nuova organizzazione. Il governo fu affidato al Podestà (Capo dello stato) e al Capitano del Popolo (comandante dell'esercito), forestieri, perché nessuna delle famiglie fiorentine, rivali tra loro, potesse accaparrarsi il potere. I Priori delle Arti, rappresentanti delle nuove classi produttive, presero il posto del vecchio Consiglio di nobili. Come afferma Montanelli, al privilegio del blasone, detenuto dai nobili di nascita, si sostituì il privilegio del denaro, fatto proprio dalla borghesia guelfa.
Dante nacque nel 1265, nel bel mezzo delle lotte tra guelfi e ghibellini, da una famiglia guelfa, più precisamente di parte bianca, agiata, ma non ricchissima. I Guelfi Bianchi rappresentavano la parte più popolare, "aperta a sinistra", proveniente dal contado, cioè dalla campagna (lo stesso Dante li definisce la "parte selvaggia"), e difendevano l'autonomia comunale, mentre i Neri, più aristocratici, erano favorevoli alla trasformazione di Firenze in signoria. I Neri prenderanno il potere nel 1301, grazie all'appoggio di papa Bonifacio VIII e di Carlo di Valois; l'anno dopo Dante verrà esiliato.
Il guelfismo di Dante può apparire inconciliabile con la sua dottrina dell’Impero, esposta nel De Monarchia, con l’esaltazione di Giustiniano nel VI canto del Paradiso, con l’appello ad Alberto d’Asburgo nel VI canto del Purgatorio.
Ora però capisco bene che il presunto guelfismo filopapale non era poi un’ideologia tanto marcata e che, sebbene Dante fosse guelfo di famiglia, ciò non gli impediva di disprezzare papa Bonifacio VIII e di ammirare imperatori come Arrigo di Lussemburgo, che sperava potesse porre fine alle lotte interne fra le città italiane.
Dante aveva anzi esposto, attraverso le parole di Marco Lombardo (vedi post precedente), la teoria dei due soli, Impero e Papato, dotati di pari importanza e di diversa funzione, contrapponendola esplicitamente alla dottrina di Innocenzo III (1198-1216) della Luna-Impero che riceve la luce, cioè il potere, dal Sole-Papato. Perciò non è strano che Foscolo lo abbia considerato quasi un sostenitore dell'Impero, scrivendo:
e tu prima Firenze udivi il carme
che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco
(da I Sepolcri, vv. 173-174)
Tuttavia forse, semplicemente, le definizioni di guelfo o ghibellino sono riduttive per Dante, che sostenne la conciliazione tra i due poteri, imperiale e papale, politico e religioso, dati all’uomo perché se ne servisse per due scopi diversi: la buona organizzazione in questa vita, la salvezza dell’anima nell’altra.
