Questioni grammaticali (da Il Cassetto)
Riporto un'interessante questione linguistica, per la verità non partorita dalla mia mente, ma da quella brillante di Arcangelo Sacchetti, su Il Cassetto, che mi ha attirato soprattutto per la quantità di citazioni tratte dalla Commedia.
"Vi sono stato", "ci andrò". Le due particelle avverbiali vi e ci (in funzione qui di complemento di luogo) derivano entrambe dal latino, rispettivamente da ibi -diventato ivi- e da ecce hic.
Unita al pronome la, come ad esempio in "ce la faccio", la particella ci conserva il suo valore locativo, significando "in questa situazione io posso riuscire". Questa “variante”, errata, deriva forse dalla volontà di evitare un uso sbagliato del ci al posto di gli o di le, come in “ci do un bacio” (orribile!). Ma in quel caso gli o le hanno funzione di complemento di termine, non di locativo!!!
Dunque perché correggere anche “ce la faccio”?
Perché questa ansia di modificare espressioni consolidate, se persino Dante utilizza la particella ci con l'originario valore di avverbio di luogo? Riporto qui un solo esempio, fra tanti, tratto dall'Inferno, canto VIII, v. 81.
Dante e Virgilio sono appena usciti dalla Palude Stigia, nella quale sono immersi iracondi, accidiosi, superbi e invidiosi e vengono traghettati sul fiume Stige dal barcaiolo Flegiàs, custode del quinto cerchio e simbolo di ira (il suo nome deriva dalla radice greca fleg- che vuol dire “bruciare”) per approdare alla città di Dite. Una volta giunti,
Usciteci, gridò, qui è l'intrata.
Così, con questi modi gentili, Flegiàs li invita ad uscire dalla barca (ci = "da qui", compl. di moto da luogo).
Questo esempio illustre dimostra l’uso corretto, e invalso sin dai primordi della lingua italiana, della particella ci con valore locativo, e conferma come l’eccesso di zelo o, potremmo dire, l'ipercorrettismo, il più delle volte, non solo non giovi, ma si riveli erroneo.
Altre riflessioni ed esempi danteschi nel bell'articolo di Arcangelo Sacchetti, su Il Cassetto.
Qui invece “ci sta proprio bene” un’immagine di Gustave Doré: Dante e Virgilio traghettati sul fiume Stige dal nocchiere Flegiàs.
Eppure nel linguaggio televisivo si sente dire sempre più spesso "gliela faccio", che ha tutt'altro significato ("compio un’azione disonesta nei confronti di qualcuno").

