Virgilio, un po’ mamma un po’ papà
Uno degli aspetti belli dell’attesa di un bambino è il sentirsi sempre in compagnia. Quando esco, ormai dico sempre: “L. che ne dici, andiamo qui, a fare questo servizio? E’ un po’ lontano lo so, ci stancheremo, ma poi magari ci ristoriamo con un bel dolce…”. E mi sembra di camminare più spedita, più sicura di me, col sorriso sul volto. Gli sguardi sulla mia pancia ormai non mi fanno più effetto, o forse mi lusingano: mi sembra di custodire qualcosa di prezioso, che giustamente suscita meraviglia. Dante non ha mai accennato ai suoi genitori. Del padre Alighiero non sappiamo quasi nulla se non che era di famiglia guelfa, di condizione non particolarmente agiata, ma neanche povero, e, particolare infamante, che era stato accusato da Forese Donati di “strozzinaggio”. Considerato quel che Dante dirà dell’usura, se la notizia è vera, il poeta non doveva avere grande stima di lui. La madre, Bella, della quale non conosciamo neanche il casato, morì lasciandolo bambino. Di lei Durante non ci ha lasciato nessun ricordo, o forse semplicemente non ne aveva.
Eppure, dicevo, Virgilio si comporta come solo un padre o una madre farebbe. Non solo perché lo chiama ripetutamente "figliolo", ma soprattutto perché sa consigliarlo, sa incitarlo quando ha paura, sa abbracciarlo senza vergogna. Dante e Virgilio sono appena usciti dalla prima zona dell’inferno, i primi cinque cerchi, dove sono puniti i peccati di incontinenza. Hanno attraversato il fiume Stige e si trovano ora nella città di Dite, il basso Inferno (espressione un po’ ridondante, perché gli inferi già sono in basso…). E quel segnor che lì m’avea menato, Come un padre che voglia preservare il figlio da una brutta esperienza, Virgilio va da solo a parlare con i demoni, ma non dimentica la promessa di non lasciarlo lì da solo. Invece Dante, proprio come un bambino, si sente abbandonato e resta in forse a guardarlo, aspettando una risposta, pendendo dalle sue labbra. Ma Dante ha Virgilio, la sua poesia, che lo conforta e lo aiuta a dominare il terrore. Come una madre di fronte ad una scena troppo dura, il poeta gli raccomanda di voltarsi e di coprirsi il volto per non guardare, e non si accontenta di dirglielo, ma pone le sue mani su quelle di Dante come a creare uno schermo davanti ai suoi occhi. (Inferno, canto IX, vv. 55-60).
“Volgiti indietro e tien lo viso chiuso; Più “mamma” di così…!
Gustave Doré, Dante e Virgilio di fronte alle Furie
La mia personalità mi pare fortificata da questo essere due, dall’avere un’altra persona con me, dentro di me.
Queste sensazioni mi fanno pensare alla necessità umana di avere, o anche in certi casi di sentirsi per gli altri, una guida.
Se Dante avesse percorso il suo cammino da solo, non sarebbe stato in grado di comunicarci le sue sensazioni con la stessa vivacità e immediatezza. Le domande che fa, le spiegazioni che ascolta, lo rendono molto più vero ed umano che se avesse osservato da solo i tormenti e le gioie dell’aldilà e, dopo averci rimuginato tra sé e sé, ci avesse raccontato tutto il suo viaggio con un triste monologo.
Invece probabilmente riesce a farci da guida, proprio perché sceglie di avere sempre accanto a sé una guida: la prima è Virgilio, che lo soccorre nella selva infernale, proprio come la poesia è in grado di innalzarci dalla brutalità e dalla meschinità della vita (“la bellezza salverà il mondo” diceva Dostoevskij). La letteratura ci aiuta infatti a capire la realtà, ad immedesimarci negli altri, talvolta a soccorrerli con una parola di conforto. In questo senso Virgilio è, per me, figura razionale, ed è il più adatto a salvare Dante, andandogli incontro in un momento di vuoto e di crisi interiore.
Virgilio è per Dante “duca, segnore e maestro” (Inf. II, 140). Ma gli fa anche un po’ da padre e da madre.
Alcune immagini della Commedia, legate a Virgilio, sono di un'indicibile tenerezza. Per ora mi limito a riportarne due, tratte rispettivamente dall’VIII e dal IX canto dell’Inferno.
Ma, lì, trovano i diavoli a sbarrar loro il cammino e, questa volta, non servono a nulla le parole che il maestro ha già rivolto a Caronte, a Minosse, a Pluto...: “Vuolsi così…”. I diavoli si fanno beffe di lui e del pellegrino.
Virgilio abbandona per un attimo Dante, per andare a colloquio, se possibile, con uno degli indemoniati (Inferno, canto VIII, vv. 103-11).
mi disse: “Non temer; ché ‘l nostro passo
non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
conforta e ciba di speranza buona,
ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso”
Così sen va, e quivi m’abbandona
lo dolce padre, e io rimango in forse,
che sì e no nel capo mi tenciona.
E la risposta sarà, con grande vergogna di Virgilio, negativa. I diavoli negheranno loro il passaggio e sarà necessario l’intervento di un messo celeste, che verrà direttamente a prelevarli.
Ma prima del suo arrivo, altre immagini orribili si presenteranno alla vista dei due pellegrini. Le Furie, o Erinni - Megera, Tesifone e Aletto-, che si graffiano il petto e si schiaffeggiano come invasate, tanto che Dante “si stringe al poeta” per la paura. Preannunciano l’arrivo di Medusa, il cui sguardo pietrifica l’uomo. Ho già scritto che i diavoli rappresentano i peccati dell’uomo, le Erinni il rimorso che subentra ad essi e Medusa l’indurimento dell’animo. Un poeta greco disse che gli dei puniscono l’uomo con l’annebbiamento della coscienza, per cui egli continua a sbagliare, precipitando in una catena di colpe. Qualcosa del genere è rappresentato dal susseguirsi di queste immagini mostruose, in questo nono canto.
che se ‘l Gorgon si mostra e tu ‘l vedessi,
nulla sarebbe di tornar mai suso”.
Così disse ‘l maalle Furieestro; ed elli stessi
mi volse, e non si tenne a le mie mani,
che con le sue ancor non mi chiudessi.

